Prequel, sequel, remake: la dura legge del botteghino

COSA SUCCEDE QUANDO LA LEGGE DEL MERCATO LA FA DA PADRONE

Nessuno dovrebbe sconvolgersi nel sentir dire che il cinema non è più quello di una volta. Ormai è appurato che non tutti i film sono concepiti dalla genialità di un talentuoso sceneggiatore o dall’estro di un qualsivoglia regista. La regola, sempre più ferrea, urlata da Hollywood sino al panorama cinematografico europeo, è diventata ufficialmente legge: la prima parola spetta al box office.

Da quando l’avvento del cinema digitale ha sommerso le major dell’industria della celluloide, la fase della pre-produzione risulta sempre meno essere un compito di un “creatore” artistico, a cui casomai spetta la seconda o la terza stesura. La preparazione di un film è la risultante di una programmata strategia di ritorno economico, predisposta da uno specialista del settore che analizza il potenziale valore di un film (ancora da realizzare) e lo confronta con l’eventuale successo in termini di guadagno. Dirigere una pellicola spesso non è una forma d’arte, come molti romantici del mestiere credono, ma rischia di diventare un semplice algoritmo matematico. Vi siete mai chiesti cos’è esattamente un remake? E che cosa significhi la parola sequel?

Entrambe le definizioni si riferiscono appunto a questo meccanismo produttivo, che negli ultimi anni sta prendendo piede rapidamente, non sempre con risultati positivi. Un remake indica infatti il rifacimento di un film passato ed è un’operazione apprezzata, se è trascorso molto tempo dalla apparizione di quest’ultimo sul grande schermo. Recentemente sono state riproposte, con effetti alquanto mediocri, alcune pellicole uscite solo pochi anni prima e magari in un’altra nazione (per cui se ne sfrutta l’attrattiva esotica). Per i prequel ed i sequel il discorso è differente. Mentre i primi sono un raro caso di anticipazione di un noto successo commerciale, teso a spiegare gli avvenimenti antecedenti l’originale, i secondi ultimamente sono l’esempio evidente della questione trattata.

I migliori exploit delle ultime stagioni sono film tratti da fumetti o basati su romanzi venduti in milioni di copie, ma anche commedie, cartoon e pellicole di fantascienza: lungometraggi come Spiderman, Harry Potter, Matrix, Kill Bill, Shrek, ecc. Non si discute sul fatto che questi, per la loro capacità d’attrarre le masse, hanno avuto grande presa sull’immaginario collettivo. Il bandolo in realtà è proprio qui, ossia film concepiti come unici e non come saghe, dopo la rivelazione al grande pubblico e gli enormi incassi, hanno convinto le major a progettarne dei sequel forzati. Di contro a queste considerazioni sono arrivate delle secche smentite da alcune opere seconde, visti le ottime critiche che hanno accompagnato il seguito di Spiderman e Shrek 2. Ma si sa, le eccezioni confermano la regola, quella non scritta, che verte a favore della “fatica” originale.

Il caso più considerevole è l’impressionante campagna pubblicitaria relativa alla seconda saga di Star Wars, una completa rivisitazione di uno dei più appassionanti fantasy movie di sempre. Ripresentato da George Lucas a distanza di trent’anni, ha giocato sulla nostalgia dei fans, che, nonostante il desiderio di rivedere gli eroi della prima trilogia e di vedere come tale saga ebbe inizio, non hanno nascosto la propria delusione per la carenza di contenuti in Episode 1 e 2. Insomma chi ne è rimasto affascinato in un primo contesto, nonostante l’adattamento digitale, ora trova la riproposizione del tema banale e fin troppo tediosa. Bisogna dunque rilevare che spesso il sequel (ma anche il sequel del sequel e così via), non è altro che il voler spremere lo spettatore fino all’eccesso.

A tale concezione del cinema, si oppongo ancora artisti di grido, geniali scrittori come il cervellotico Charlie Kaufman (autore di Essere John Malkovich e Se mi lasci ti cancello) o anche produttori indipendenti, che promuovono prodotti, ovvero quello che pur sempre sono, esaltati dal valore unico dell’opera. Non dovremmo perciò meravigliarci che il cantiere di produzione filmica non rispetti un modello ideale, perché è di fatto un mestiere che gira attorno al denaro. Questo lo sapevamo già e dovremmo sapere anche che abbiamo ancora dalla nostra, il potere d’influenzare l’uscita o meno di una determinata pellicola: in fin dei conti il botteghino siamo noi, spettatori paganti di una manifestazione artistica e non un pubblico assuefatto alle regole del mercato.

Fortunatamente ancora la maggior parte dei progetti sono orientati in tal senso e ora stiamo solo definendo una situazione minoritaria e sotto controllo. Tutto ciò sperando che sceneggiature, soggetti e bozze passino ancora a lungo per le mani di persone capaci, quelle stesse che operano effettivamente di fantasia, originalmente o meno, e che con il loro talento contribuiscono incessantemente allo sviluppo della creatività filmica, restando così al servizio del buonsenso cinematografico e non della formalità delle strategie finanziarie. 

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