Venezia 65: titoli e scelte ambigue

      Concorso, S.d.c. e Giornate degli autori ancora non decollano

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La composizione delle parole, Mostra Internaziale d’Arte Cinematografica, rivelano uno spessore linguistico che appartiene ad una cultura classicista che il nostro paese conosce e possiede da sempre. Proprio in questo contesto, i film che si vedono in questi giorni al Lido sono la diretta conseguenza di un pragmatismo esistenziale che fa del non detto la sua scelta di raccontare. Dunque non certo un festival del montaggio, bensì del sonoro dove gli attori sono da complemento alla narrazione. Le storie si fanno esili e puntano all’emotività senza lasciare grandi tracce del proprio passaggio.

Esempi tra tutti, Nowhere man di Patrice Toye e 35 Rhums di Claire Denis. Questo è il nuovo cinema europeo, o almeno il migliore “disponibile” al ritorno dalle ferie veneziane. Sicuramente non un granchè se al giro di boa giornalisti e critici non sono riusciti a decretarne uno al di sopra della media. Inoltre, salvato Miyazaki, Vegas: Based on a true story del regista iraniano trapiantato negli USA, Amir Naderi, è il racconto più disincantato e apprezzabile visto nelle ultime 24 ore, Pupi Avati compreso. Peccato solo per quel vizietto di una durata eccessiva, in cui molte pellicole sono incappate. L’augurio è che questa 65° Mostra sia anche laboratorio filmico, oltre che vetrina della creatività. Aspettando l’opera da premiare….quest’anno davvero desaparecida.

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