Il lungo silenzio del west

                                Al suo secondo film Ed Harris ripropone un classico

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Lande desolate, saloon polverosi e un silenzio spazzato solo dal vento del deserto o dall’arrivo della locomotiva. Gli scenari western sono sempre stati contrassegnati da ritmi lenti e movimenti frenetici, standardizzati sulla vita che in tal modo scorreva nelle terre di confine. Da molti anni però, salvo l’eccezione “Open Range” (ballata omaggio di Kevin Kostner), non si riscontrava in un solo film tanto desiderio di ricalcare l’originale selvaggio west. Ed Harris ci prova con “Appaloosa” e il risultato è un discreto film, che ha tra i suoi pregi scenari autentici girati nel New Mexico e porta in dote ognuno degli stereotipi cari al genere.

 

{mosimage} Saloon con canzonette al pianoforte, alcool in quantità industriali, la ferrovia, gli apaches, i ranch per gli allevatori di bestiame, le prostitute, lo sceriffo, il buono, il brutto e il cattivo. Mescolato tutto insieme, perché questa era la vera anima della frontiera, dove il giorno durava poco come la vita dei pistoleri, buoni solo a contendersi “l’onore” estraendo più velocemente possibile l’arma dalla fondina.

Dunque paesaggi che richiamano Sergio Leone nella misura in cui l’uomo cavalca il suo destriero, compagno fedele per uomini di poche parole, personaggi che rispettano la legge e altri che infrangono quella stessa, promulgata per il bene comune in un tempo duro in cui l’acqua scarseggiava e la pulizia del corpo era segno di vanità e ricchezza. Intensa l’interpretazione degli attori, un quartetto ben assemblato sui cui spicca la figura da eroe solitario di Viggo Mortensen, doppietta tatuata sulla pelle da coriaceo vicesceriffo, che non esita a sparare ma lo fa “con sentimento”.

I cambi di scena e inquadratura, il rapporto tra le persone coinvolte nelle avventure della cittadina e i consueti regolamenti di conti allo scoccar dell’ora stabilita, più che un omaggio sono una dichiarazione d’amore del regista. Amore per la storia degli States, la parte più sanguinosa, ma anche quella in cui l’uomo era tutt’uno con la natura incontaminata, che anche nelle terre più selvagge tra cactus e serpenti a sonagli, lasciava intatta la speranza di una vita migliore.

Interessante è proprio come in “Appaloosa” non si faccia troppa attenzione ai dettagli, ma si lasci scorrere il torrente western in maniera naturale, come se da un canovaccio sceneggiativo si materializzassero indosso ai protagonisti cappellone e cartucciera, stivali con speroni e bandana da mandriano.

Nel film si respira questa aria e l’immagine forte sono gli spazi sconfinati che occupano l’intera inquadratura, in cui la cittadina è un puntino insignificante. Vivere quei momenti di contatto con l’ambiente (semi desertico) circostante significa assaporare il ritmo blando della vita stessa. Questo è quello che un vero cowboy ha sempre fatto, vagare per la prateria alla ricerca di sé..senza alcuna fretta. 

 

 

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