Prince of persia: recensione

PREOCCUPA LA MANCANZA DI IDEE NEL FANTASY

Evidentemente Jack Sparrow è tornato a solcare i mari e la sua goletta d’oro ha abbandonato la baia Disney. Provate nostalgia delle sue imprese, della frusta di Indiana Jones, delle mummie di Rick O’Connell o della compagnia dell’anello in battaglia? Mettetevi l’anima in pace, questo film non fa per voi.

“Prince of Persia – Le sabbie del tempo” è l’high (human tolerable) budget per antonomasia, pellicola diretta da un Mike Newell fuori set, che prende spunto dal famoso videogioco degli anni 90, riproposto agghindato qualche lustro dopo col sopravvento digitale. C’era una volta un orfano cencioso adottato dal Re di Persia, che il destino volle far diventare eroe per salvaguardare il trono dalla malvagità dell’invidioso zio.

Detta così il pensiero corre a quel cattivone di Scar nel magnifico “Re Leone” e proprio su questa libera associazione di idee che la Casa di Walt ha puntato il target di riferimento, proponendo un iperteen movie, giocattolone senz’anima inconsistente quanto mal interpretato, al cui confronto “Transformers” è sembrato un omaggio a Orson Welles, meglio girato e più emozionante.

Partiamo da qui, dalla latitanza di emozioni che se vi identificate in un pubblico over 10 sentirete come preponderante, assistendo distratti ad una sequela di mirabolanti acrobazie che hanno il miglior (unico) pregio nelle inquadrature da videogioco, un passo avanti rispetto alle prime trasposizioni in stile Lara Croft.

Jake Gyllenhaal alias Dastan ci mette del suo per essere un convincente principe, muscolare e divertito, ma volteggiando tra i palazzi della città ricorda troppo Aladdin in fuga, protagonista braccato e in lotta per l’amore di Tamina (ma chi raccomanda Gemma Arterton??), creando uno spaesamento di citazioni che lascia il pubblico perplesso e un tantino annoiato.

Proseguiamo da qui, dalle citazioni, la scelta di riproporre con mille chiavi di lettura diverse l’universo del già visto taglia le gambe ad una prospettiva di lunga durata, sia in sala che al cinema. Difficile infatti pensare ad un sequel nel tempo, a meno che le sabbie non riavvolgano il nastro e gli incassi premino il coraggio di Ben Kingsley nel continuare a rovinarsi la carriera.

L’onore, il coraggio, i buoni propositi sono rimasti indietro qualche favola fa e nemmeno un frizzante Alfred Molina riesce a prolungare l’interesse appena accennato nel surreale confronto tra storia e fantasia.

Quando il pathos scarseggia, quando la sceneggiatura non convince mai, quando gli scenari desertici mettono arsura al motore d’azione, una cosa sola diventa lampante: l’inseguimento della Perla Nera è finito.

A cura di Simone Bracci

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