Recensione retrÒ: pulp fiction

LA LEGGENDA DEL RE TARANTINO

Verbosità allo stato brado, il grottesco che affianca il sublime e trasforma la parola in movimento, dinamismo dello sguardo e parossismo della violenza. Ci vorrebbe una enciclopedia per definire il capolavoro “Pulp Fiction”, opera magna dell’allora 31enne Quentin Tarantino (1994). Palma d’oro a Cannes e Oscar per la migliore sceneggiatura originale dicono poco sull’importanza di questo manifesto di celluloide, elogio della settima arte e della coreografia d’interpreti…e che interpreti. Riuscite, ascoltando il film in lingua originale, a trovare un attore che non abbia raggiunto il culmine della propria messa in scena? Accostarsi ad un lavoro del genere significa armarsi di estrema cautela e indagare ogni subdolo lato inserito ad arte dal regista, nel racconto, nella scenografia, nella ricerca sonora e nei continui rimandi al cinema classico e alla diverse new wave da exploitation che Quentin da anni dichiara di aver “depredato”, reinventando un genere e dando vita al pulp. Non il noir, non l’hard-boiled, ma proprio quella frangia viscerale del cinema d’autore che mescola, come vuole la sua definizione, ogni sillaba del suo essere con l’impatto dirompente del monologo teatrale e del surrealismo più visionario, riletti, è chiaro, entrambi in chiave grottesca. Se il male può essere definito come il contrario del bene e quindi il contrario di tutto quello che può essere desiderato, non possiamo non esaltarci davanti alle sgangherate avventure di tale manipolo di balordi, la microcriminalità americana che punta al cuore del sistema. In “Pulp Fiction” Tarantino smonta e ricuce, accavalla e riprende alcuni episodi di altissima tensione e banalissima quotidianità posti nella città di Los Angeles: storie di ordinaria delinquenza, sovrapposte e rivisitate con sarcasmo e ironia. La rappresentazione della violenza e l’immagine del male che ne derivano rendono questo film di culto per chiunque si accosti alla materia, un’opera che vive del puro piacere di raccontare, utilizzando al meglio interpreti complici, usati fuori dai loro stereotipi. Immaginate uno spaghetti-gangster movie mai visto prima, immaginatene l’impatto sull’immaginario collettivo, immaginate di spezzare ogni logica narrativa consueta. Il risultato è stato tutto questo, una cavalcata ribelle nella valle del puritanesimo, l’apice del grandguignol e del manierismo da cineteca. Era l’anno 1994 quando nelle mani di uno la materia filmica veniva plasmata in un caposaldo narrativo rimasto tutt’ora ineguagliato.

A cura di Simone Bracci

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