Recensione robin hood: l’inizio del mito

COME NASCE LA LEGGENDA DI NOTTINGHAM

Fuorilegge oppure eroe, un uomo di origini umili, un arciere del re, diventerà per la gente di Nottingham il simbolo di libertà contro l’oppressione. Il volto umano dietro le ingiustizie di un’epoca durissima e feroce, lealtà verso la corona o l’umano istinto di sopravvivenza? Su questo amletico dilemma l’iconoclasta Ridley Scott riversa tutta la sua magnanimità, il suo essere cineasta d’autore al servizio del pueblo, specialmente in ambientazione storicamente seducenti. Inghilterra del XIII secolo, Riccardo Cuor di Leone lascia le penne in battaglia e Giovanni suo fratello, avido e meschino, ne rileva la corona affidandosi al corrotto sir Godfrey, che lo vende a Filippo di Francia. Al limite del baratro interviene Robin Longstride, fintosi Robert di Loxley, il quale lontano dai fasti della letteratura popolare (incarnata dal prode Kostner), combatte per la salvezza del Regno pur essendo un rinnegato. Brian Helgeland riscrive la storia dell’eroe classico per ambientarla in un contesto bellico medievale e Scott lo asseconda immergendo l’impavido Russell Crowe e la dama Cate Blanchett nei fanghi della contea di Pepper Harrow. Lustrando tutti i temi cari alla sua filmografia, come l’onore sito al primo posto, seguito dall’onestà quale arma di sopravvivenza e rispetto: monarchi e sudditi uniti in una grande forse utopica nazione. Il film avvince e convince per tre quarti, almeno finché non appare chiaro che di Robin e Little John vedremo il lato meno esotico, la maestria come arcieri in battaglia e a cavallo, niente gare di freccia, niente schermaglie amorose, niente sbronze con frate Tuck, qui nel ruolo di un combattivo apicoltore. Russell si batte con ardore, s’innamora, porta morale nella politica dei baroni e salva l’onore della Regina, diventando al contempo idolo e cospiratore, il lato contemporaneo di una giustizia che fa acqua da tutte le parti. Era chiaro che la prospettiva di Hood non potesse essere quella della foresta narrata da Disney e soci, ma rivedere il mito in una sorta di prequel funziona solo nell’approccio ad un genere. Quello di guerra con ambizioni da realismo storico, il racconto di un uomo qualunque che con determinazione è riuscito a portare il vessillo di libertà nella sua faretra, peraltro già visto nell’emozionante epopea scozzese di William Wallace. Ma stavolta con quel goliardico lieto fine che a Cannes apprezzeranno.

A cura di Simone Bracci

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