I mercenari: recensione di fuoco

GRANDE NOSTALGIA, TANTA ACTION, TROPPO FUMO PER STALLONE

The boys are back in town (Thin Lizzy) è una canzone che la dice lunga sullo stato di salute del cinema. Per riscoprire il valore sempreverde degli eroi nazional-popolari di un tempo basta scavare, tornare a guardarsi indietro il bicipite pompato.

Di questa categoria di film fa parte “I Mercenari”, recente ritrovato manoscritto in casa Sylvester Stallone, uno che ne ha date tante quanto ne ha prese. Ultimo in ordine di tempo di una serie di pellicole ultra action dedicate a speciali team d’assalto, cumpa muscolosissimi ma abili anche di spirito e cervello, “The Expendables” è un’operazione commerciale riuscita e allo stesso tempo un omaggio ai classici hard boiled, convincente a metà grazie alle tonnellate di tritolo e stuntmen impiegati per l’occasione.

Chiariamoci bene subito, non è tratto da un fumetto e i mercenari del titolo sono un gruppo sinonimo di adrenalina anni 80: Stallone protagonista, Statham, Jet Li, Mickey Rourke, Dolph Lungren, insieme Bruce Willis e al cameo di Schwarzy nella migliore scena del film.

Ingaggiati per un lavoretto dalla CIA (uccidere il dittatore di Vilena finanziato dalla spia Eric Roberts), “I Mercenari” capeggiati da Sly prendono contatti con la ribelle locale durante il sopralluogo, per poi tornare a salvarla e ripulirsi le coscienze di uomini senz’anima.

Battute cult e linguaggio dei corpi in pieno stile amarcord, botte da orbi ed esplosioni come colonna sonora fanno da appoggio ad una pellicola divisa in due tronconi, nel primo l’azione è ben coadiuvata dalla sceneggiatura e dallo humour di fondo, nella seconda il montaggio frenetico e i fischi delle pallottole fanno perdere presto l’interesse dello spettatore verso un climax che tarda ad arrivare: prevedibile e poco elaborato.

Un film di contrasti, machismo e sentimenti repressi fino a tarda età, miele per i reduci del vietnam, piatto sciapo per gli amanti del neo-action all’americana. Stallone ci mette la faccia (rifatta) e un pezzo de’core, il risultato è un simpatico tributo alla sua epoca d’oro, ma che gli ha fruttato grandi incassi nelle prime settimane di uscita in patria.

Missione riuscita quindi, se pensiamo che solo la locandina vale il prezzo del biglietto possiamo capire come nel pubblico la voglia di redenzione violenta non si plachi mai. È uno sfogo necessario che permette all’azione cinematografica di sopravvivere e fiorire.

di Simone Bracci

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