Recensione la passione di mazzacurati

SILVIO ORLANDO GUIDA LA VENA COMICA DEGLI INTERPRETI

La passione. È buffo accostarsi ad un termine che nei secoli ha assunto un significato quasi positivo, quando dal neutro proprio un paio di millenni addietro la parola aveva assunto contorni inquietanti. Passando quindi di paradossale in paradossale, Mazzacurati risorge a regista redento, colto, divertente e divertito, sorvolando dall’agrodolce al comico esteso, il ridere col pensiero che è marchio di fabbrica di verdoniana memoria. “La passione” è un riuscito salto triplo sul tema religioso, un regista, lui stesso, che porta in scena un regista, Silvio-Stanlio Orlando, che deve organizzare il martirio di Cristo in un paese toscano. Situazioni impossibili, tempi comici e grandi caratteristi portano avanti il racconto come una vera e propria passione, il processo derivante dal termine latino patior, che significa soffrire, provare, sopportare, quindi patire a causa di un tubo rotto e arrivare alla crocifissione morale uomo qualunque. Mazzacurati racconta la storia di Gianni Dubois, fuori dall’albero maestro del cinema italiano che conta, senza idee e con una vita a pezzi. Nel tentativo maldestro di ripagare ad un danno artistico, viene ingaggiato dal sindaco di Fiorano Stefania Sandrelli, s’innamorerà platonicamente di Kasia Smutniak e troverà, dribblando il burlesco Corrado Guzzanti, il suo messia nel sovrappeso attorucolo Giuseppe Battiston. I personaggi e la coralità della storia sono il punto forte di un prodotto tipicamente locale, italiano nell’anima e molto attento a graffiare qua e là, un film sicuramente riuscito che strappa risate e consensi anche quando esagera nel porre accenti esistenziali che poco si fondono con la sua natura di prodotto di puro divertissement. Non c’è niente di male a scoprirsi sogghignare in sala, a volte staccare la mente aiuta lo spirito, anche davanti alla via crucis.

di Simone Bracci

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