The town: recensione

BEN AFFLECK DIRIGE SE STESSO IN UN CLASSICO POLIZIESCO

L’omaggio è a Charlestown, quartiere degradato di Boston, il ghetto lo chiamano, dove povertà, violenza e microcriminalità dilagano. Uno come tanti in America, uno come tanti questo poliziesco. “The Town” è diretto e interpretato da un Ben Affleck ambizioso, storia e messaggio forte, che però non arriva al cuore dello spettatore, regala un film da elettrocardiogramma piatto. Piacente ma non graffiante, cattivello ma sostanzialmente mai abbastanza acido, nemmeno nel tratteggiare la sequela di personaggi patinati, quasi da soap opera, che sbiadiscono nella finzione di stampo mafioso, seppur di origini irlandesi. Per intenderci, la copia edulcorata di “The Departed”, dove Scorsese feriva e sparava veleno sul microcosmo di violenza che avanza ad ondate in una delle più caratteristiche città degli USA. Doug MacRay, nonostante l’indole buonista e il fisico bronzeo, rapina furgoni portavalori con la sua banda. Complice una direttrice di banca presa in ostaggio e da dover controllare, un detective smaliziato e un rapporto d’amore/odio con l’amico Jem e sua sorella Krista, le cose, come ampiamente prevedibile, prenderanno una piega sbagliata all’ennesimo colpo tentato. L’originalità, o meglio, la sua mancanza è ciò che penalizza in partenza una pellicola che non riesce a scrollarsi di dosso il buonismo-machismo tra criminali, mai troppo credibili nel ruolo e incastrati in un rodeo di rapine che il miglio quadrato del quartiere non riesce a contenere. Non si scappa dal passato, il messaggio è chiaro e tondo, a meno di riuscire ad affrontare i propri demoni e sconfiggerli. Tratto da un romanzo del 2004 (Il principe dei ladri di Chuck Hogan), il film non accelera mai, si insinua silenzioso nelle pieghe del rapporto tra Doug e Claire (ricordate la Rebecca Hall di Vicky Christina Barcelona?), la ragazza che forse può e vorrebbe redimere il protagonista, fino ad arrivare alla strada senza uscita, quel tunnel di fango e rancore dal quale bisogna capire come fuggire. Ben Affleck sdoppiato forse non ha abbastanza lucidità da affrontare una storia a tinte forti, risulta svagato nella recitazione, metodico nella messa in piega, inquadrature tese a valorizzare sia un patrimonio umano diversificato e stratificato, quanto l’orizzonte piatto e senza scampo come ogni sciocco codice di fratellanza. Una caccia ai ladri di quartiere che, pur nella sua gradevolezza narrativa, non restituisce vigore ad un genere cult negli anni settanta, arrivato al giorno d’oggi con le polveri bagnate e un malessere sceneggiativo.

A cura di Simone Bracci

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