In un mondo migliore: recensione

RITORNO A CASA CON SUCCESSO PER LA REGISTA DANESE BIER

Susanne Bier ritorna dietro la macchina da presa dopo tre anni e lo fa con un’altra storia drammatica, in cui si mescolano problemi della prima adolescenza e grandi temi morali. Abbandonando Hollywood e i suoi dei, la regista di Copenaghen fa ritorno a casa, nella sua Danimarca con il fascino della violenza, a cui sottopone i suoi personaggi che siano adulti o ragazzi. Da una parte ci sono Elias e Christian, figli dell’alta borghesia, uno annoiato dalla vita e l’altro emarginato, che cercano, con una pericolosa alleanza, di avere la giusta attenzione da parte del mondo adulto; dall’altra c’è il padre di uno dei due, un medico in missione in Africa che ogni giorno deve affrontare i pericoli della guerra civile, la morte, la barbarie umana, ma anche le difficoltà di essere genitore.

Quella che si ha tra le mani è una pellicola a due facce, sia nello sviluppo della storia, sia nei messaggi che vuole regalare allo spettatore. Se nella parte della rischiosa amicizia dei due ragazzini si mantiene su un livello registico e narrativo medio-alto e affronta con grande acume la solitudine, la fragilità e il dolore, non si può dire lo stesso del plot del medico: stucchevole e terribilmente retorico. L’Occidente, e se lo segni chiunque creda il contrario, non è dio! Non si migliorerà mai il mondo, esportando civiltà con la guerra o con gli aiuti umanitari. Forse, anzi sicuramente l’intento della regista era quello di omaggiare i tanti uomini e donne che ogni giorno lavorano per aiutare il prossimo direttamente in prima linea e non da palazzi di vetri di Roma o New York. Purtroppo il risultato non la assiste. E le pecche sono proprio concentrate nelle prime scene, dove si rischia davvero che lo spettatore si alzi dalla sedia ed esca dal cinema, perdendosi però l’ottima parte centrale, che salva il film e lo rende, quantomeno, un buon prodotto. Sembra che ci sia una voce fuori campo che sussurri allo spettatore: “Arrivano i buoni, arrivano i buoni e ringraziando dio, sono uomini bianchi e superiori!” No, grazie! Il cinema è un linguaggio universale e può dare un altro tipo di comunicazione più costruttivo.

Comunque si sa: Hollywood ama l’elogio della superiorità del businessman. Aspettatevi la consacrazione con una nomination (sicura!) e bella statuetta d’oro.

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