Kill me please: agree or not?

IL FILM DI OLIAS BARCO VISTO AI RAGGI X

Ha vinto il concorso del Festival del Film di Roma 2010, ci è sembrato giusto omaggiarlo con una attenta analisi.

1- Vince il meno peggio o il più meritevole?

Francesca Vantaggiato: Vi è mai capitato di leggere un libro di Saramago, di assistere a una pièce teatrale tratta dal repertorio di Ionesco o di Beckett o di vedere un film di Buñuel o di Lars Von Trier? La sensazione di smarrimento nei labirintici percorsi segnati dall’autore, il sentimento dell’assurdo evocato da ogni singola scena, dialogo o immagine della narrazione, il dramma individuale e sociale che trascina in una spirale priva di senso i personaggi, sono gli ingredienti di una drammaturgia scardinata che accomuna Barco ai sopracitati autori. Senza ombra di dubbio, la pellicola belga ha vinto questa edizione del festival capitolino per merito e abilità, incontrando il favore dei più raffinati estimatori del grottesco mondo di Barco. Lo spettacolo irriverente, disorientato e disorientante offerto dallo stupefacente film è qualcosa a cui i nostri occhi, sfortunatamente, non erano più abituati.

Francesco Buosi: A volte è un confine molto labile quello che si insinua tra queste due definizioni. Per usare una metafora sportiva si potrebbe parlare di un atleta che in una squadra di campioni fa fatica ad imporsi come protagonista, mentre in una squadra di minor rango emerge come uno dei migliori in campo. Ebbene questa seconda ipotesi mi sembra quella che maggiormente rispecchia la decisione della giuria internazionale. Il panorama che questa quinta edizione aveva da offrire, almeno per i film in concorso, non era certamente da togliere il fiato. Si è premiata una idea.

2- Piacerà al pubblico in sala oppure non incasserà niente?

F.V. Decifrare l’accoglienza del pubblico non è mai operazione facile: chi va al cinema aspettandosi una commedia rassicurante può starsene a casa, chi immagina di assistere a un dramma strappalacrime può noleggiare Titanic, chi invece ha bisogno di uscire dal torpore creato dalla sovrabbondanza di immagini indistinguibili fra loro, ha finalmente trovato il film giusto. Kill me please è un’opera politicamente scorretta sulla condizione esistenziale dilaniata dal conflitto, di cui ogni spettatore esigente può trovare una personale chiave interpretativa.

F.B. Stando ai report ufficiali degli organizzatori del Festival, che hanno certificato il record di presenze nelle tre sale dell’auditorium, si è ormai creata una fidelizzazione tra il pubblico, in prevalenza romano, e la kermesse diretta da Rondi. Senza entrare nel merito di questi dati, che per coloro che hanno lavorato al Festival appaiono leggermente gonfiati, rimane per chi scrive il timore che svanito l’effetto di attrazione glamour che un red carpet riesce a suscitare anche nei meno appassionati di cinema, il film sia destino ad un magro risultato di incassi.

3- Giudizio oggettivo, film originale o idea già vista?

F.V. Parafrasando una fonte più autorevole di me, non esiste niente che non sia già stato detto prima. Cambia la prospettiva, la maniera di raccontare, gli umori e le atmosfere ma, molto probabilmente, qualsiasi pensiero trova un’ineludibile corrispondenza nel lavoro dei nostri avi.

F.B. Prima di entrare in sala per la proiezione di Kill me please alcuni giovani critici che lo avevo già visionato ne avevano parlato come di un mix tra Tarantino e i fratelli Cohen. Mai affermazione fu più sconsiderata ed azzardata per una sceneggiatura che seppur partendo da una idea interessante, riesce ad offrire alcuni spunti piacevoli, perdendosi però in un’autocelebrazione del grottesco che sconfina nel noioso.

4- Lo consiglieresti?

F.V. Perdere un’occasione del genere è come aver avuto la possibilità di assistere all’uscita in sala de L’angelo sterminatore nel ’62 e di avervi grossolanamente rinunciato.

F.B. Gli originali, Tarantino e i Cohen, sono decisamente di un altro spessore. Consigliato noleggio per recuperare qualcuno dei loro titoli nel caso ne abbiate perso qualcuno.

A cura di Francesca Vantaggiato e Francesco Buosi

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