The social network: recensione

ALLA SCOPERTA DEL PIU’ GIOVANE MILIARDARIO DEL PIANETA

Nella storia dell’umanità nessun altro fenomeno sociale ha conosciuto una diffusione così rapida ed estesa. Non il telefonino, non il computer, né agli albori il sistema di messaggistica tramite mail. In pochissimi anni Facebook ha raggiunto e superato quota 500 milioni di utenti, o per meglio dire amici. David Fincher ne porta sul grande schermo la genesi e l’evoluzione. La sua non è un’analisi sociologica, non un tentativo di spiegarne le ragioni di un successo planetario. La sua telecamera si concentra sui retroscena della fondazione, sull’universo che gravita intorno al suo fondatore Mark Zuckerberg. Genio informatico di Harvard assurto ad antieroe contemporaneo. Il suo è un personaggio prepotente, inquietante ed anche malefico, ma proprio per questo capace di affascinare le folle. Un ragazzo descritto nella sua misantropia, nel suo essere diffidente ed egoista eppure in grado di costruire la più grande community di relazioni sociali in forma digitale. E’ dal rifiuto di una ragazza che scatta la scintilla per creare quel programma che possa attirare tutte le attenzioni verso di sé. Un tentativo nerd di superare un due picche dal quale nasce la più grande finestra voyeurista del mondo. Sullo sfondo l’America dei campus universitari con i suoi meccanismi selettivi di inclusione-esclusione da confraternita. Ma al tempo stesso l’America un tempo in grado di far sognare per la possibilità offerta ai giovani ventenni di costruire imperi economici. Fincher ripercorre la crescita di Facebook attraverso le due cause multimilionarie intentate contro Mark dal suo ex socio e da due alunni di Harvard che ne rivendicano l’idea originale. Al più giovane miliardario del pianeta, circondato dai suoi avvocati, non resta che offrire risarcimenti a sette zeri per far zittire i suoi accusatori; in fondo per lui è come pagare una multa per eccesso di velocità. Una volta conclusa la transazione Zuckerberg rimane solo nella stanza, una solitudine anche interiore a cui nulla servono i 500 milioni di fan della sua creatura.

A cura di Francesco Buosi

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