Tron legacy: recensione

IL POLPETTONE AVVENIRISTICO STORDISCE E REGALA POCHE EMOZIONI

Quando nel 1982 Tron si affacciava nelle sale di mezzo pianeta la rivoluzione era appena cominciata. L’alba di un movimento digitale si era scatenata nei circuiti del pianeta Terra e il pensiero che macchina e uomo potessero fondersi cominciava a prendere forma, anche nella mente dei più scaltri sceneggiatori della Hollywood vecchia maniera. L’uomo, eterno pioniere di realtà esplorative, andava oltre la sua immaginazione, perlustrava il cosmo digitale ed entrava nella Rete, portandoci tutto il suo sapere, la sua umanità, il suo odio. Alla base dello script il concetto era questo, quantificare il dna e “scannerizzarlo” all’interno di un mondo virtuale in cui la fisica molecolare diventava concetto astruso, delineato da colori, suoni e vibrazioni. La stessa filosofia, ma molto semplificata, la troviamo nella sua poco naturale continuazione, questo Tron Legacy che vede il figlio di Flynn (ancora Jeff Bridges), inventore dell’universo di Tron, accedere casualmente alla rete e ritrovare il padre perduto. Come? Conducendo una battaglia per la sopravvivenza dello stesso genitore e degli ISO (programmi dotati di un DNA digitale) dalle grinfie del malvagio Clu, immagine e somiglianza del suo creatore. Joseph Kosinki ce la mette tutta e concentra il 3D in un frullatone avveniristico che stordisce e poco eredita dal magma di computer grafica generato dal predecessore Tron (e basta), di certo non crea enfasi agli occhi stanchi di chi guarda, non genera pathos e lascia con la sensazione di insoddisfazione generale. Perché, stando alla sequenza d’apertura e quella di chiusura, il materiale in mano al regista mostra un potenziale sprecato, come troppo spesso accade a chi, dedicandosi solo ai fasti visivi, si dimentica di scrivere una sceneggiatura come dio comanda.

Troppo banale anche solo per poterla commentare, nel 2010 non c’è più spazio per gli “andiamo”, i “forza ci siamo” o “è il momento”, intollerabile catalogarli come sequenze di alto impatto cinematografico quindi, proprio per la loro debolezza in fase narrativa. Aggiungendoci che la storia è ultratelefonata, non resta che accostarci al bombardamento d’immagini hi-tech con una bibita extralarge pensando, con rammarico, a chissà cosa avrebbe tirato fuori un Alex Proyas qualunque con quel budget a disposizione.

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