127 ore: recensione

BOYLE RACCONTA CON ENFASI LA LOTTA TENACE PER LA VITA

C’è qualcosa di irrimediabilmente contorto nella mente di Danny Boyle, se, dopo svariati anni di carriera, ancora si fatica ad identificarlo in un genere di riferimento. Geniale, ipnotico, sensazionale, umanistico. Pescare una delle tante definizioni che accompagnano Boyle nel corso della carriera è facile e soggettivo, dipende dal gusto proprio dello spettatore e, in questo senso, 127 Ore ne è l’esempio lampante. Come creare suspense e mantenere viva l’attenzione in un film girato in pochi metri quadri? Escludendo le suggestive sequenze iniziali tra i canyon dello Utah, uno spettacolo naturale ad alto tasso emozionale, non fila tutto liscio nella lunga parte centrale (quasi 90 minuti) in cui l’ingegno e la speranza lottano contro la malasorte, facendo a pugni con l’istinto di sopravvivenza. La storia è nota, lo scalatore Aaron Ralston, interpretato da un James Franco in ottima vena, rimane intrappolato col braccio inerte immobilizzato da una roccia. Le proverà tutte per riuscire ad uscire, sino alla decisione più coraggiosa e disperata, arrivata di pari passo con la tenacia che Boyle mostra nel raccontarne le “gesta”. Regista che, dal canto suo, elucubra una serie di passaggi registici atti a farci calare nella situazione, sentire il conforto affievolirsi e l’angoscia per mancanza di cibo e acqua aumentare. Parte con l’acceleratore al massimo il racconto di Aaron, scena dopo scena Boyle, fresco trionfatore agli Oscar, sospinge il protagonista tra i dirupi del canyon in sella alla sua bicicletta, ne spinge pedale dopo pedale fino al suo ineluttabile momento di catarsi. Ma la benzina finisce presto e i viaggi onirici in seguito alle allucinazioni, per quanto parzialmente veritiere stando ai documenti video ritrovati, non convincono appieno, richiamando a mente e occhio Buried e Donnie Darko. Poi la forza d’animo prende il sopravvento e la macchina da presa concede il dovuto respiro ad una sceneggiatura avvincente quanto monocorde. D’altronde, quando si resta soli nel bel mezzo del niente indagare sé stessi è l’unica cosa che rimane, riconsiderare ogni propria azione e fare un bilancio di vita. Quanto può valere una parte di sé in tutto questo ragionamento, a cosa ci aggrapperemmo una volta scoperto quanto siamo capaci di lottare per la nostra sopravvivenza? Numericamente parlando…127 ore, intense, coinvolgenti e liberatorie.

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