Kill me please: recensione

CAUSTICO E SORPRENDENDTE, IL FILM DI BARCO REGALA EMOZIONI

Giustamente trionfatore assoluto dell’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, considerando anche la totale assenza di avversari, è pronto ad invadere le sale italiane a partire dal 14 gennaio 2011, il capolavoro del regista belga Olias Barco: Kill me please.

Che non si tratti di un film facile e digeribile lo si capisce subito sin dai primissimi fotogrammi. Intanto c’è la scelta di utilizzare il bianco e nero, giusto per sottolineare ancora di più il carattere grottesco da black comedy che ha tutta la narrazione. E poi, quasi a citare il cinema dei paesi scandinavi, c’è l’assenza di colonna sonora, se non per i suoni colti in presa diretta.

Kill me please racconta la storia di una clinica privata in cui si pratica l’eutanasia. Il tema trattato è dunque forte ed attuale, con la scelta azzeccata di trattare la materia con la giusta dose di ironia e sarcasmo. I vari personaggi, tutti scritti benissimo e ognuno con un problema ben distinto, hanno un’escalation di follia, che entra in contrasto con le atmosfere di mortifera normalità create dal geniale regista.

Tra dialoghi bizzarri e situazioni stravaganti, l’azione procede spedita fino alla conclusione finale. Inoltre si nota con quanto acume sono affrontate e deviate le polemiche, affidando tutte le critiche, che i più ortodossi potrebbero muovere al film, agli abitanti del paese vicino, i quali, pur essendo quasi invisibili, muovono le fila del discorso soprattutto nell’ultima parte.

Alla fine ciò che interessa al regista è raccontare la morte, per spiegare ciò che pensa di quel grande passo verso l’ignoto che ognuno uomo deve compiere: forse ognuno dovrebbe essere libero di poter scegliere come lasciare questo mondo, esprimendo un ultimo desiderio.

Quest’opera d’arte di umorismo nero non si piega ai voleri del pubblico, non vuole essere indulgente, non vuole compiacere nessuno, vuole solo fare il suo dovere: raccontare per immagini una divertente storia a cui anche Buñuel avrebbe fatto un lungo e meritato applauso.

Si sa, gli stranieri hanno la brutta abitudine di credere che sia il cinema a dover plasmare il gusto dello spettatore e non viceversa, come avviene in Italia (si veda giusto perché la polemica fa sempre bene: Benvenuti al sud, Benvenuti al nord, Maschi contro femmine, Femmine contro maschi etc… Ovvero i successi al botteghino che devono per forza essere replicati da un sequel evitabile!).

Sarebbe pleonastico aggiungere altro. Ah si, qualora scegliate di recarvi al cinema (e sarebbe un abominio non farlo!), consigliamo la visione del film in lingua originale: evitate le storpiature italiane!

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