Qualunquemente: recensione

SI RIDE E SI PIANGE, DIPENDE DAI PUNTI DI VISTA. MA IL MESSAGGIO?

È tutta una questione di punti di vista. Non si sa se ridere o piangere di fronte all’argomento del nuovo film di Giulio Manfredonia, che vive dell’aura di uno dei più apprezzati attori italiani del momento. Ennesima riconferma dello stimato regista di “Si può fare” e di “Se fossi in te”. Molti lo hanno definito “commedia”, ma chi ha visto il film stenta a credere a una definizione così limitante. “Qualunquemente” è un film ricco di battute, che però non si possono definire tout court divertenti, infatti, molta dell’ironia disseminata in questa ora e mezza di pellicola agghiaccia lo spettatore che trova sullo schermo, dolente o nolente, i mali dei nostri giorni. L’attualità che si riscontra è sicuramente involontaria da parte degli autori del film, che hanno pensato al personaggio di Cetto La Qualunque ben 7 anni fa. Ma è proprio questa casualità che provoca nello spettatore medio, consapevole delle malattie della nostra povera Italia, un senso di pessimismo; a lui consiglio di vedere il film con la dovuta cautela emotiva, con una certa distanza intellettuale. In fondo, si può parlare di esagerazione della realtà, di surrealtà, di paradosso, e anche, permettetemi di contraddirmi, di comicità. In fondo, a detta dello stesso Antonio Albanese, che insieme a Pietro Guerrera ha scritto la sceneggiatura, il film è “comicissimo”. E dipende dai punti di vista, chissà, vedere Cetto, amorale per definizione, come un uomo che non si riscontra nei nostri fatti quotidiani. Ai fini di una critica al film, la disputa su commedia o tragedia risulta irrilevante. Per riassumere possiamo semplicemente dire che è un film sull’Italia, sul Sud, sul personaggio di Cetto La Qualunque e sul suo cinismo. Una cosa è certa: era davvero un rischio, a livello cinematografico, portare sullo schermo una caricatura che esisteva solo in piccoli sketch comici in tv o a teatro. Si può certamente dire che la prova sia stata superata brillantemente, anche grazie a un cast di primo ordine (tra gli altri ricordiamo Sergio Rubini, Lorenza Indovina e Nicola Ragonese). Un applauso va al sempre impeccabile direttore della fotografia Roberto Forza, allo scenografo Marco Belluzzi, che ha reso le ambientazioni di un pacchiano e kitsch che da sole giustificano una grassa risata, ma un riconoscimento deve essere anche dato al costumista Roberto Chiocchi, che ha avuto delle trovate a dir poco brillanti. E da questo punto di vista è un lusso andare al cinema a vedere questo film, che ci fa pensare, ridere, apprezzare i progetti nostrani e inconsueti che sbucano come fiori nel sempre più ordinario e conformista mercato cinematografico.

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