Parto col folle: recensione

POCHE LE GAG RIUSCITE E TROPPA L’INCERTEZZA SUL TIPO DI RACCONTO

Parto col folle…ma viaggio in folle. Scusandoci preventivamente per il gioco di parole di bassa lega, troviamo questo intro il commento più adatto al film in questione. “Due date”, in lingua originale, è l’opera seconda di Todd Phillips, non il secondo film girato dal regista newyorkese, ma quello prodotto dopo “Una notte da leoni” che lo ha lanciato nel firmamento hollywoodiano tra grandi incassi e ingenti risate. L’operazione, tuttavia, ad oggi non è quello che ci si attendeva, pur con un duo di protagonisti ad alto tasso di professionalità comica, l’istrione Robert Downey Jr. e Zach Galifianakis, reduce dalla banda del predente successo commerciale e mascellare. I due si incontrano e scontrano sulla strada verso Los Angeles, fioccano momenti di emotività uniti a battute, ma l’estenuante attesa alla gag (che ci sono, ma troppo poche lungo tutto l’arco della narrazione) stanca e lascia al pubblico il tempo di riprendersi dalle risate. Mai permetterlo in sala! Perché l’attenzione si distoglie dalla storia del buffo presunto attore che coinvolge l’architetto Peter in un viaggio a tratti esilarante, a tratti ingenuamente melenso. Non si capisce dove Phillips voglia andare a parare, se esaltare i duelli verbali tra Zach, lo “stolto ma con cuore”, e Peter, il “cinico ma lucido professionista”, oppure se virare su una storia che comprenda slapstick e melodramma, cucinate insieme come un dolce ipercalorico. Divertente quanto prevedibile, irriverente quanto poco originale, dal test di maturità del regista ci si doveva attendere di meglio, specie quando hai risorse considerevoli a disposizione e due attori in stato di grazia, sofferenti, però, dell’accelerazione in folle durante tutta la loro peregrinazione. Una surreale avventura coast to coast che non morde e che, nonostante regali alcuni brevi momenti di ilarità demenziale, non riesce ad incastonarsi nel filone d’oro della comicità ad alto budget; pretende ma non riesce, osa ma col marchio del politically correct cucito addosso e questo ne danneggia l’ipotetico effetto dirompente. D’altronde, una volta arrivati affannati ai titoli di coda, anche la più volgare delle battute rimane sintonizzata dietro il grande schermo e la finzione scenica si rimette in moto verso porti più sicuri: “Una notte da leoni 2” sta per arrivare.

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