Unknown – senza identitÀ: recensione

LO STILE EURO-AMERICANO S’INCEPPA NELLA SUSPENCE DA EDICOLA

Gli action hanno il passaporto USA, sappiatelo cari novelli cineasti. Per essere credibile un film d’azione, thriller o noir che sia di base, deve infatti rimanere nei confini statunitensi, circoscritto al sogno dell’impossibile che diventa fattibile, contornarsi di scenari e grattacieli che non richiamino la nostra immediata realtà. Ecco spiegato il motivo del successo di “Unknown – Senza identità” in terra americana, ecco spiegato il semi flop nelle lande europee. Da noi come andrà?

Pur impegnandosi molto, il giovane regista spagnolo Jaume Collet-Serra ha scelto un campo minato per dirigere la sua prima vera produzione ad alto budget, il thriller psicologico e modernista con Liam Neeson come assonnato interprete, ovvero la cara vecchia Europa. Dove? A Berlino, che come da noi, difficilmente vede auto rombare per la città storica tra inseguimenti e folli sparatorie. Veridicità subito annullata dunque, concetto ribadito, nel caso abbiate bisogno della controprova, durante la visione, quando la causa scatenante dell’intero “mistero” si rivela essere un improbabile (magari!) frumento resistente ad ogni stagione: fame nel mondo svanita in un lampo….!

Il professor Martin Harris arriva nella capitale tedesca per un’importante conferenza, ma vittima di un incidente in taxi, perde parte della memoria e nessuno lo riconosce al suo risveglio, nemmeno la magnifica moglie. Perché giammai ordir tal complotto ai suoi danni? Quest’unica riga, “rubata” di straforo allo sceneggiatore, racconta tutto il film, chiaro senza il colpo di scena rivelatore che potrà piacere agli amanti di genere (molto blockbuster), farà invece storcere il naso a chi è avvezzo ad ogni trovata “gialla” che la storia del cinema insegni. Il ritmo c’è, i comprimari pure (applausi per Bruno Ganz), l’alchimia tra i due protagonisti un po’ meno, a non funzionare in toto sono proprio le location e quei sentimentalismi che chi di professione fa il criminale non dovrebbe possedere.

“Mia moglie è sola in una città che non conosce, sarà terrorizzata”. Siete rimasti colpiti dalla battuta? Qualunque sia la vostra risposta, sappiate che il film è intriso di questo rapporto conflittuale tra testi e fisicità, la fotografia sporca cerca di dare il tocco noir alla “Frantic”, ma lo sguardo smarrito di Harrison Ford faceva promettere ben altro. Il paragone quindi non è ammissibile di fronte alla corte, quando si giudica una pellicola bisogna fare riferimenti storici alla genesi dei personaggi, qui tratteggiati superficialmente, fino alla approfondimento socio-politico, e qui casca l’asino. “Unknown” nel bel mezzo della sua difesa rimanda il pubblico a passati guerrafondai e spionistici con la stessa leggerezza di un sorso d’acqua (al cianuro). Al termine della folle corsa su e giù per la Stadt, dunque, il giudizio di giocattolone d’intrattenimento non tarda ad arrivare, nemmeno il ricorso in appello di fronte alla corte di cinefili incalliti potrà rovesciare l’impietosa sentenza.

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