Dylan dog – il film: recensione

NON C’È SCUSA CHE TENGA, DYLAN DOG È TUTT’ALTRA COSA

Dog, Dylan Dog. E non è una marca di cibo per cani, né un emulo della spia britannica, ma l’Indagatore dell’incubo. Allora perché trattarlo alla stregua di un miserabile palestrato qualunque? Con lo stesso budget si poteva risparmiare sulla location, ambientare la pellicola a Tor Pagnotta e magari ingaggiare un valido sceneggiatore. Molto meglio di inscenare una farsa horror di serie D, portarla in una New Orleans di soli mostri e, salvo alcuni suppellettili, stravolgere completamente il fumetto originale. Specie perché al confronto la serie “True Blood” fa un figurone sullo schermo.

Creato dal genio di Tiziano Sclavi nel lontanissimo 1986, tante ere prolifiche orsono, il nostro ragazzo, come lo chiama l’ispettore Bloch, non verrà scomodato in questa recensione, per rispetto al Mito letterario, da cui il regista Kevin Munroe e la banda della Platinum and Hyde Park productions hanno preso solo un blando, appena accennato spunto cinematografico. Il resto è spazzatura.

Non commettiamo l’errore di rimanerci male, dall’essere stupiti della scarsa attinenza con le strisce della Bonelli. “Dylan Dog: Dead of Night” è solo un nome preso in prestito per spaventare i bambini che non hanno voglia di coricarsi, un pretesto per vendere due biglietti qui da noi, suo paese natio, in Inghilterra, suo paese adottivo, e negli USA, dove è diventato famoso grazie alla distribuzione della Dark Horse Comics.

Gli altri (non) lo guarderanno nemmeno in sala, uscita prevista: DVD-LAND. Svestiti i panni di detective del soprannaturale, Dylan X (Brandon Routh) si è messo a fare l’investigatore di routine insieme all’amico Marcus, corna e frodi fiscali sono il suo campo. Un omicidio “poco chiaro” e la morte violenta dello stesso assistente lo riporteranno ad indossare i panni più consoni: giacca nera e camicia rossa. Condensata in tre righe la storia avrebbe anche del potenziale, peccato poi si sia giocata la carta della banalità nelle sue tre forme più basilari, assenza di regia, dialoghi per teenager e, udite udite, recitazione da provino delle materne, in cui le performance scolastiche erano “per veri uomini”.

Se il lato umoristico salva la pellicola da una sconfinata miseria planetaria, la parte centrale, dedicata alla fauna dell’orrore, quindi a vampiri, licantropi e zombie di varia natura, fa acqua da tutte le parti, annoia sin da subito e riesce nell’unico intento di far rabbrividire per il nulla cosmico espresso alla voce “emozioni in sala”.

Macabre lotte, demoni alati, proiettili di frassino e acqua santa hanno avuto altrove una dignità maggiore, persino in “Van Helsing”, tanto per fare un confronto che rasenti la pietà. Di effetti speciali, poi, non apriamo nemmeno il discorso. Questo Dylan X non è altro che la vaga imitazione di un lontano cugino di quel tizio, vegetariano e risoluto, che vive a Londra, la sua copia sbiadita e intollerabilmente grossolana, che al cinema aiuterà timidi adolescenti nel primo approccio con la fidanzatina del momento. In fondo, se investigare i non morti è vecchio stile, denunciare per oscenità la produzione è roba nuova di zecca.

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