La fine È il mio inizio – recensione

TRASPOSIZIONE FEDELE DEL LIBRO = FILM POCO RIUSCITO

Sembrava impossibile realizzare la trasposizione cinematografica dell’ultimo romanzo di Tiziano Terzani, scritto a quattro mani con il figlio Folco, “La fine è il mio inizio”, una raccolta di testimonianze che il padre morente comunicò al figlio nell’arco di qualche settimana. Il regista Jo Baier e lo sceneggiatore Ulrich Limmer, aiutato proprio da Folco Terzani, ci hanno provato e il risultato non è riuscito su molti fronti. L’intenzione era quella di realizzare un film che fosse interamente improntato sul dialogo come il libro, ma la sceneggiatura è talmente piatta che l’attenzione dello spettatore, dopo appena cinque minuti, sta già da un’altra parte: ci sono accenni alla guerra in Vietnam, dissertazioni filosofiche sul senso della vita, ma la retorica aleggia minacciosa e certi dialoghi su argomenti ‘vacui’ mettono a dura prova la nostra pazienza.

D’altronde il regista viene dalla televisione e non riesce a dare spessore a una storia che poteva essere commovente come poche. Per quanto riguarda il cast non abbiamo da preoccuparci fortunatamente perché abbiamo due fuoriclasse: Bruno Ganz riesce a portare anima e corpo nel personaggio devastato dalla malattia, ma è fortemente penalizzato dal doppiaggio caratterizzato da un accento toscano forzato e abbastanza fastidioso; il romano Elio Germano riesce ancora a dare un’ottima interpretazione, anche se inferiore rispetto ai suoi ultimi lavori. Discorso diverso per le musiche di Ludovico Einaudi, molto belle, a tratti emozionanti, ma inserite quasi a forza nel contesto filmico: solo il tema principale si sente per cinque volte e se la prima volta che lo si ascolta è da brividi, ripetuto all’esasperazione stanca e non poco.

In complesso questa coproduzione italo-tedesca potrà – forse – convincere i fan del libro di Terzani, ma tutti gli altri assisteranno a un film dall’impatto emotivo pari a zero.

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