Un’altra veritÀ: recensione film

LOACH CI RIPROVA CIMENTADOSI CON ARDORE NEL GENERE BELLICO

CINEMA (ROMA) – Esce a distanza di un anno dalla sua presentazione al festival di Cannes l’ultima fatica di Ken Loach. L’apprezzato regista inglese dopo il successo de “Il mio amico Eric” decide di volgere il suo sguardo non più alle condizioni della classe operaia inglese, ma alla guerra in Iraq. Un argomento molto diverso.

Fergus ha appena perso il suo amico Frank, morto mentre attraversava la Route Irish, una delle più strade pericolose dell’Iraq. I militari gli dicono che si trovava “al momento sbagliato, nel posto sbagliato”, ma Fergus non ci crede e decide di indagare con l’aiuto della vedova dell’amico.

Loach non perde il suo tocco critico e si addentra in territori che l’ultimo cinema statunitense a partire da Hurt Locker ha approfondito con un certo fervore (senza dimenticare il sottovalutato “The Messengers – Oltre le regole”). Per la prima volta nella sua opera assistiamo a scene d’azione d’impatto, ma il film è prevalentemente caratterizzato da dialoghi non particolarmente coinvolgenti. A differenza di quelle produzioni stelle e strisce sullo stesso argomento, qui l’empatia con i personaggi principali è quasi assente. Mark Womack nei panni di Fergus è abbastanza credibile, ma non sfugge da quegli stereotipi sul reduce di guerra tormentato che caratterizzano gran parte del cinema bellico contemporaneo e anche la protagonista femminile interpretata dalla bella Andrea Lowe ripropone la parte della giovane vedova in cerca di ‘conforto’ senza particolari variazioni. Si fosse mantenuto a un livello più documentaristico, Loach avrebbe realizzato un film probabilmente più intenso, ma come analisi dei rapporti umani “Un’altra verità” è un film appena sufficiente. Da uno dei maestri del cinema inglese era lecito aspettarsi di più.

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