Angeli perduti: recensione

GLI ANGELI “CADUTI” DI WONG KAR-WAI NELLA NOTTURA HONG KONG

Gli angeli, del regista Wong Kar-wai, sono caduti dal cielo, ma in italiano, come sempre, si è preferito banalizzare il tutto con un bel “perduti”. E così il titolo “Fallen Angels” dell’inglese e il cinese 堕落天使 si trasforma in perduti per i traduttori italiani. Perduti dove? Per la splendida, calda e rigorosamente notturna città di Hong Kong, uno degli amori più grandi del regista cinese.

Nell’angusta e cotica città si intrecciano due storie parallele: il rapporto tra il killer Ming e la sua partner Agent, innamorata dell’uomo, e le tragicomiche avventure di un muto che cerca disperatamente l’amore. La pellicola, per il modo in cui è strutturata, ricorda “Hong Kong Express”, soprattutto nei rimandi ai comportamenti dei personaggi dei due film. Effettivamente le storie di “Angeli perduti”, dovevano essere il terzo capitolo di “Hong Kong Express”, anche se poi il regista ha preferito ampliarle e renderle un’opera a sé, trasformando il tutto in un’antitetica versione del film precedente.

Sfacciato, spudorato e sensuale, “Angeli perduti” trasuda pathos ed eros in ogni inquadratura, in ogni scena, realizzate attraverso un uso eccessivo del grandangolo, della camera a spalla e l’immancabile step-freming.

Certo la bellezza del film non si limita solo alla parte tecnica. Il tema principale di fondo resta l’incomunicabilità: l’uomo moderno che non riesce a rapportarsi con i suoi simili, che non riesce a esprimere i propri sentimenti, nella solitudine della megalopoli.

Siamo nel 1995 e Wong Kar-wai è ormai un autore maturo, con un suo stile inconfondibile e una poetica dei sentimenti umani, che in pochi sanno raccontare con la stessa delicatezza.

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