I’m a cyborg, but that’s ok: recensione

IL LAVORO PIU’ INTIMISTA E SENTITO DELL’AUTORE SUD-COREANO

Non vogliamo farvi sfuggire nulla della filmografia di Park Chan-wook, quindi non possiamo non farvi la recensione di Saibogujiman kwenchana conosciuto anche come I’m a Cyborg, But That’s OK.

In questo brillante film, la storia è totalmente diversa rispetto i lavori precedenti del regista sudcoreano. Mentre nella sua trilogia della vendetta si vedono scene molto crude e violente per certi aspetti, in I’m a Cyborg, But That’s OK la vendetta è visionaria, virtuale. Infatti i protagonisti del film vivono nel loro mondo e si credono supereroi.

Young-goon, dopo avere trascorso la sua infazia con la nonna materna “malata di mente”, crede di essere un cyborg pensando di poter parlare con gli apparecchi elettrici. Un giorno la radio le dice che deve tagliarsi le vene dei polsi e infilarsi dei cavi elettrici. Lei lo fa e una volta presa la corrente viene subito ricoverata presso un manicomio. Qui ci sono pazienti del tutto particolari: Il-Soon è un ladruncolo che fa proprie le caratteristiche dei volti altrui, una donna in sovrappeso che mangia qualsiasi cosa, un ragazzo che cammina all’indietro; ognuno vive il proprio mondo. Young-goon arriva a pensare che se mangia cibo può influire negativamente i suoi circuiti cibernetici e decide di cibarsi solamente leccando delle batterie. Quando rischierà di morire per deperimento, un giovane ragazzo che ruba l’anima e i comportamenti delle persone, Park Il-sun, ‘installerà’ dentro il corpo della ragazza ‘cyborg’ un macchinario che converte il cibo in energia elettrica, aiutandola a sopravvivere e facendo scattare tra di loro la scintilla dell’amore.

Una storia dolcissima che cattura la fantasia e gli occhi dello spettatore, come al solito grazie alla bellissima colonna sonora che caratterizza ogni film del regista sudcoreano. Da questo lavoro traspare l’intento di voler trasmettere una storia d’amore diversa dagli schemi classici, in quanto gli innamorati sono due malati mentali. Inutile dire che Park Chan-wook ci riesce perfettamente, dimostrando ancora una volta il suo valore artistico.

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