Un perfetto gentiluomo: recensione

TANTA CARNE AL FUOCO, MA IL RISULTATO È INSIPIDO

Avrebbe dovuto e potuto essere una simpatica commedia americana, di quelle che ti fanno uscire dal cinema contento, per le risate fatte, e con un bagaglio culturale in più, per i temi affrontati. Invece “Un perfetto gentiluomo”, fatica a quattro mani dei registi Shari Springer Barman e Robert Pulcini, cerca di raccontare come si svolge la vita nell’Upper West Side nella caotica e troppo moderna città di New York.

Louis Ives, interpretato da Paul Dano, è un giovane insegnante di letteratura inglese, ossesionato dalla biancheria intima femminile e convinto di essere un galantuomo d’altri tempi. Trasferitosi a New York, il ragazzo incontra Henry Harrion, gigolo che è solito accompagnarsi con anzianissime signore dell’alta società. Henty introduce Louis al mondo degli Extra Man (titolo del film in originale), portandolo in un mondo grottesco e fuori dal tempo.

Il personaggio che Paul Dano porta in scena è pieno di problemi psicologici, un reietto della società, un disadattato e, nonostante abbia un lavoro più che dignitoso, non riesce a trovare la sua strada e per questo percorre diverse strade, dato che è interessato a molti tipi di sesso, in perfetto stile metrosexual.

Purtroppo però questo meraviglioso personaggio stenta ad appassionare lo spettatore, diverte, ma non entusiasma, piace, ma non si crea mai empatia, se non in qualche piccolo passaggio. Del resto poi Louis non riesce nemmeno a dirci qualche cosa di più sulla vita che si cela dietro le maschere della New York benestante e non riesce a svelare nemmeno nulla del mondo dei substrati della Grande Mela: cerca di creare un mondo alla “Shortbus”, ma il livello in quel caso è decisamente più alto.

Insomma in definitiva: un’occasione sprecata, date le premesse!

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