V per vendetta: retro-recensione doc

DAL MEMORABILE FUMETTO DI ALAN MOORE UN CAPOLAVORO MODERNO

Ricorda sempre il 5 Novembre, la Congiura delle polveri. Niente male come incipit tratto da eventi storici, per un film che si proclama dai forti temi rivoluzionari e di cui è stata posticipata l’uscita per l’analogia con gli attentati londinesi dello scorso anno.

S’inizia subito in uno stato quasi onirico in cui lo spettatore sprofonda e dove le prime colorite sequenze richiamano ad una rappresentazione teatrale ed enfatica che gli amanti del fumetto ricordano benissimo. L’entrata in scena della maschera di Guy Fawkes (tra le musiche firmate dall’italiano Dario Marianelli) è uno spiraglio di sollievo che fa da contraltare al continuo richiamo alle suggestioni ipnotiche indotte dal regime neonazista.

Regime imposto in quell’Inghilterra scampata alla guerra nucleare e oppressa da una dittatura poliziesca, dove una giovane donna, Evey viene salvata da V, un uomo dietro alla maschera che vuole vendicarsi di coloro (il Governo) che l’hanno sottoposto a crudeli esperimenti medici: inizia così la sua rivolta contro il potere, in cui cercherà di sollevare i suoi concittadini contro la tirannia e ristabilire la libertà.

Spettacolare e inquietante l’inizio del film, scritto e riaggiornato dai fratelli Wachowsky, che rievocano le atmosfere post-futuristiche del primo “Matrix”, senza eccessi di sorta, ma su uno sfondo poetico-pragmatico che caratterizza tutta la pellicola.

Diretto dal loro assistente alla regia James McTeigue, “V per Vendetta” è un’opera fortemente simbolica, coinvolgente ed emozionante, la storia di V prende allo stomaco e viene riflessa in una contemporaneità che ha vissuto la drammaticità di un passato simile, imponendo di riflettere su un’eventualità (quella del regime salito al potere con meschinità e repressione) che nessuno si augura accada mai più.

Naturalmente non manca la morale contro il terrorismo, i crimini di cui si macchia V, sottolineati dalla bella Evey prima della sua trasformazione in combattente e fervente rivoluzionaria: anche nel suo look rasato, Natalie Portman dimostra tutto il suo talento e il fascino della propria femminilità, mentre il povero Hugo Weaving cerca di animare come può la fissità della maschera che lo nasconde agli occhi di tutti e dell’amata Evey.

Proprio nel riflesso di Guy Fawkes inizia l’identificazione dello spettatore, che è il collega più prossimo al lettore delle graphic novels disegnate da David Lloyd. Allora onore al grandeur di Alan Moore, perché gran parte della riuscita del film è merito del suo fumetto degli anni ottanta, V for Vendetta, che allora si rivoltava contro il governo Thatcher.

A differenza degli altri film-fumetto, “V per Vendetta” è un’opera letteraria, un racconto complesso che si fonde con la società, riletta in chiave fantasy. La pellicola propone una prima parte esaustiva ed intrigante ed una seconda prolissa ma necessaria, in cui però non vengono sviluppate al meglio le potenzialità e i messaggi intrisi nel fumetto della Magic Press; qui trattati con temi torbidi e inseriti per scatenare riflessioni sui rapporti tra politica, economia, religione e stato.

La doppia anima dell’opera mette a nudo le difficoltà di incanalare il finale verso approdi non semplicistici, mentre è da sottolineare come la quasi totale assenza di epos nella suggestiva conclusione sia la riprova del fatto che non sia scontato fare film del genere.

Geniali le sequenze finali, dalla coraggiosa parodia (stile Benny Hill Show) del temuto cancelliere (il mefistofelico John Hurt), poi reso impotente fino all’umiliazione, al fatto di aver lasciato V senza identità, una venialità che gli sceneggiatori hanno fatto bene a risparmiare.

Il lavoro di McTeigue risulta avvincente e lascia in dote al pubblico l’immagine di un futuro che rappresenta i timori, ma anche le speranze di chi il film lo guarda con ammirazione.

Come un monito che si rispecchia negli occhi del popolo consapevole, che vede la fine del potere tirannico con l’esplosione di un simbolo, quel parlamento, che non rappresenta più la lungimirante culla della democrazia inglese, ma che all’opposto si squarcia esplodendo nella notte in un giubilo di fuochi d’artificio e avvolto dalle note dell’overture di Tchaikowsky. Un inno alla libertà che fa rimanere impresso nella memoria il 5 Novembre.

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