In un mondo migliore: recensione

LUCIDO E DISINCANTANTO, IL LAVORO DELLA BIER PROMUOVE UN MESSAGGIO UNIVERSALE DI SPERANZA

La sottile linea che separa l’Europa dall’Africa è un millenario gioco di sguardi. Due realtà a confronto, progresso contro arretratezza, civiltà diverse che operano lo stesso grado di pietà. “In un mondo migliore” riassume questa trait d’union, è l’opera massima della regista danese Susanne Bier, in cui si evidenziano i differenti gradi con cui vengono fronteggiati dolore e ingiustizia, la redenzione di passaggio attraverso la sofferenza.

Lo sguardo della Bier è tagliente, lucido, a tratti malinconico, la storia che racconta riflessa nel suo iride è intrisa di emozioni, spietata nella sua genesi autodistruttiva, riflessiva nel suo intermezzo a carattere familiare, moralista e piena di speranza nel finale ad ampio respiro.

Quando il medico Anton torna a casa dall’Africa, riprendendo la sua monotona vita in una cittadina della provincia danese, incrocia in un momento delicato della loro esistenza, il figlio Elias e il giovane Chistian. Tra i due si è instaurato un forte legame di amicizia che fa del rancore verso “l’altro” un caposaldo di pericolosa attitudine.

La regia fluida cavalca l’onda emotiva dell’autodistruzione, il montaggio aleggia sui volti scavati dei protagonisti e ne congela i loro occhi smarriti. La Bier segue a mano l’evolversi della vicenda quasi con distacco, prima di affondare il colpo nel cuore dello spettatore, trascinandolo in una solenne storia di ordinario dolore, il racconto di due famiglie che vanno incontro allo stesso destino. La filosofia della violenza sbeffeggiata sull’altare del rispetto tra uguali, la dignità dell’uomo e il suo perdono quali massimi trionfo personali.

Il film è un intenso dramma di riscatto morale che mantiene da un lato tutti i canoni estetici del cinema scandinavo, ma conserva allo stesso tempo l’impatto emotivo di un lavoro manierista e il respiro ampio di una certa cinematografia naturalista. Al resto pensano montaggio affilato e una lieve colonna sonora, niente deve impedire al corso degli eventi di portare in scena questo atto teatrale, il quale, oltre ad ammaliare nel suo percorso di iniziazione e nel suo potente messaggio ipnotico, serve come monito a quelle generazioni che non trovano pace nel mondo.

Il loro posto, la loro collocazione, perché sentirsi a disagio o dover maturare precocemente un lutto sono situazioni realmente drammatiche e affrontarle da soli richiede sacrificio. Se è vero che nel film sangue chiama sangue, il messaggio di stampo cattolico prevede il riscatto persino una volta compiuto l’empio gesto. Anche ai confini nordici della vecchia Europa, anche nel cuore pulsante del continente nero, ovunque, insomma, in cui la parola speranza possieda ancora un significato concreto.

La reale convinzione che sopravvivere in un mondo migliore sia possibile.

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