Transformers 3: dark of the moon – recensione

L’ALTO BUDGET PERMETTE LA REALIZZAZIONE DI UN VERO GIOIELLO

Assiomi. 1-Il meccanismo d’innesco è un sistema intelligente che trasforma meccanica in robotica. 2-Il livello di grafica raggiunto dal cinema hi-tech è ormai qualitativamente irreprensibile. La combine di questi due fattori ha reso possibile la realizzazione di “Transformers 3: Dark of the moon”, terzo capitolo della trilogia creata dal regista Michael Bay con lo zampino di Steven Spielberg.

La fantascienza al potere direbbe qualcuno, la sintesi reale è concreta è che il film andrebbe sforbiciato in più di un’occasione, specie quando salta con nonchalance da commedia per famiglie a dramma impegnato, spalmati su un vassoio di 150 lunghissimi minuti di battaglie e battute.

Ma d’altro canto questa è la sua formula vincente e per lo stesso motivo ci schieriamo in suo favore, perché al riaccendersi delle luci in sala il risultato di meraviglia travolge ogni altra sensazione, rendendo vano il tentativo dei detrattori di inscatolarlo nella diceria “giocattolone”.

Saremo diretti, il film è bello fino al midollo, dall’intro di uno scatenato (forse un po’ ripetitivo) Shia LeBeouf, agli ammiccamenti glamour di una “worlwide super hottie” Rosie Huntington Whiteley, dal sorriso sardonico e asimettrico di un fantastico John Turturro, alla stempiatura pignola e fashion dell’eccellente cameo firmato John Malkovich.

Un cast esemplare all’insegna di un progetto enorme e super costoso, un blockbuster in cui nella futile guerra tra macchine senzienti, buone contro cattive, è l’enorme cuore umano a farla da padrone, pur con l’eccezione fiabesca del villain interpretato da Patrick Dempsey, troppo chic per essere credibile nel ruolo. Ma il calderone action si gusta come un dessert e convince sino in fondo, considerando anche gli effetti speciali che risultano mirabolanti negli scontri tra giganti di metallo e nelle sequenze adrenaliniche in cui soldati “who got balls” si tuffano nell’ignoto di una Chicago distrutta per difendere la libertà.

Quella della Terra, non quella di stampa che da noi è compromessa.

Un manipolo di eroi, dunque, che in collaborazione con gli Autobot capeggiati da Optimus Prime, si oppongono ad una minaccia risorta dal lato oscuro della luna, nella quale era rimasta celata sin dai primi anni ’60…insomma da quando siamo andati (o forse no?) a farci una visitina.

Tutto funziona nella mega produzione Paramount Pictures, la sceneggiatura scorre liscia sorvolando su piccole perdonabili lacune, gli attori sono al loro meglio perché si divertono e vengono ben pagati, la storia regge e “oscura” l’episodio precedente, restituendo al mondo di umanoidi e robot la dignità di film classico del genere fanta-tecnologico.

Che ci piaccia o non ci piaccia è la realtà del giorno d’oggi, un nuovo assioma da ritenere evidente nello scenario cinematografico internazionale.

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