Harry potter e i doni della morte – parte 2: recensione

IL VIAGGIO SI CONCLUDE CON UN’INTIMA BATTAGLIA TRA DUE MAGHI OPPOSTI

Dieci anni in tre minuti: così tutto finisce, nella rivelazione finale all’interno del pensatoio di Hogwarts. Il mago giunge al termine del suo travagliato cammino, “Harry Potter e i doni della morte – Parte 2” conclude il viaggio, mettendo il punto esclamativo sulla saga in un torrido combattimento di luglio.

Non c’è più distinzione tra reale e mondo magico nell’universo fantastico creato da J.K.Rowling, solo un lungo salto generazionale che ha portato milioni di spettatori a condividere il fenomeno mondiale in ogni sua sequenza, pagina dopo pagina, attraverso un filo conduttore tra sceneggiatori e registi alla ricerca dell’attinenza al romanzo, trovata in un epico respiro cinematografico.

Giudicare la missione spetta di diritto a chi è cresciuto insieme agli interpreti, da Radcliffe alla Watson, da Silente a Piton, personaggi mescolati ad esseri umani che hanno dato vita a questo colosso narrativo destinato principalmente a mancare.

Qualunque sia il risultato che Davide Yates ha tentato di elevare a metafora di vita, il film è prima di tutto un evento, poi un film nel film. Che può piacere o non piacere, ma che resta di uno spessore tale che in pochi non ne sono rimasti affascinati, anzi diremmo stregati. Quest’ultimo capitolo riporta indietro nel tempo, soffre di pathos e dello sdoppiamento su due pellicole, ma alterna anche ottime sequenze visive che permettono alla saga di chiudersi in maniera degna, quasi intimista, attesa e aspettata allo stesso tempo.

L’assedio al castello, il rivelarsi di enigmi e arcani, i momenti di action, il dramma opposto al sorriso della speranza, lo scontro tra due titani uniti da una bacchetta di sambuco. “Harry Potter, il ragazzo che sopravvisse…venuto a morire”. Con queste parole Lord Voldemort lancia la sua ultima sfida allo storico avversario, destinato come da profezia, ad affrontarlo per il dominio supremo del mondo magico, bene contro male, male e bene connessi ineluttabilmente.

Negli anni si è perso un po’ quell’alone mistico e avventuroso in cui i protagonisti, da simpatici bimbetti, sono divenuti adulti combattenti, è sparita quella voglia di scherzare e i toni cupi del girato trasmettono una ed un’unica sensazione, vogando nel mare mosso dell’inquietudine: il grande scontro si avvicina e le sorti di un destino devono arrivare a compimento.

Che paradossalmente apre a nuovi scenari, risultando la parte più fiacca dell’intero film, che in alcuni punti invece regala piacevoli momenti di azione adolescenziale e grande umanesimo nei sentimenti dei personaggi chiave.

Chi sopravvivrà all’arte dell’inganno? Il montaggio accettato cerca di far scorrere fluidamente un romanzo molto descrittivo, la caccia all’ultimo Horcrux fa quindi da ponte all’epos e allo stesso tempo riassume in due ore la consapevolezza di una storia che ha una sola possibile conclusione.

Harry contro “chi sai tu”, vita o morte, dieci anni di attesa per uno scontro senza eguali, in cui il sacrificio (o la sua presa di coscienza) sigla le premesse di una nuova era. Oscura o pacifica è questione di tre minuti.

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