L’erede: recensione

UNA SPECIE DI “SHINING” ALL’ITALIANA… NON RIUSCITO!

Dopo la morte del padre, Bruno (Alessandro Roja), un medico milanese, scopre di aver ricevuto in eredità una proprietà nelle Marche, una villa immersa nel verde dell’Appennino. La conoscenza con i vicini di casa, rozzi agricoltori del luogo, porteranno il giovane uomo a tentare di riparare ai tanti errori commessi dal padre durante la sua esistenza.

L’esordiente Michael Zanpino fa il suo esordio al cinema con un thriller che ricorda molto da vicino “Shining”. Con o senza intenzione, infatti fin dall’inizio le atmosfere che si cerca di proporre al pubblico sono simili al capolavoro di Kubrick: macchina che viaggia tra montagne incontaminate dall’Uomo per raggiunge un luogo sperduto e meraviglioso (in questo caso non un hotel, ma una villa immensa). Dopodiché a parte questi riferimenti, “L’erede” non ha nulla a che vedere con “Shining”. Siamo di fronte al solito thriller all’italiana, alle solite ovvietà a livello di sceneggiatura (ma hanno scritto una sceneggiatura!), alla recitazione approssimativa e a situazioni assurde, tanto che viene spontaneo perché i personaggi agiscono in questo modo, quando basterebbe una semplice azione (chiamare la polizia, ad esempio!) per risolvere in 10 minuti 10 tutta la situazione che si sta vedendo scorrere fotogramma per fotogramma sul grande schermo.

L’assunto di base, le colpe del padre che ricadono sul figlio, potrebbe anche essere interessante: purtroppo il modo con cui è trattato non lo è altrettanto. Il tentativo, la voglia, il desiderio di proporre al pubblico un prodotto italiano diverso, che non sia una commedia, è da applaudire, ma il risultato è decisamente insapore. Doveva essere inquietante, è involontariamente comico!

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