Kung fu panda 2: recensione

PO TORNA A PICCHIARE, CON QUALCHE RIFLESSIONE IN PIÙ DEL SOLITO

Po è tornato. Dopo la semplice, ma deliziosa avventura del primo capitolo, in cui venivano presentati i personaggi e si dava spazio all’allenamento dell’ingombrante protagonista, assistiamo alla scoperta delle origini da parte del panda diventato Guerriero Dragone, che questa volta deve vedersela con il crudele pavone che sa molti dettagli del suo passato.

Probabilmente la Dreamworks non si è mai spinta così avanti fino ad adesso. Difatti questo è l’unico anno in cui la casa di produzione di proprietà Spielberg riesce a battere il colosso Pixar. Mentre infatti “Cars 2” era scacciapensieri e allegramente pop, ma senza quel guizzo creativo che contraddistingueva gli altri titoli di Lasseter & Co., “Kung fu Panda 2” è invece caratterizzato da una sceneggiatura complessa, senza essere pretenziosa, ricca di scene esilaranti, quanto di sequenze crude e amare che arrivano in parte a ricordare l’epica di un classico come “Il re leone”: ricordate l’orda dei buoi assatanati? Qui c’è in particolare una scena che ha lo stesso respiro drammatico e che probabilmente farà commuovere in molti. Volando così in alto KP2 vince la difficile missione di risultare superiore al suo predecessore. Riesce anche a toccare tematiche delicate, come quella della difficoltà di accettare se stessi, con i propri dolori passati e l’incongruenza di avere un padre… oca. Perché è qui che vince il Panda rispetto al Pavone, nel rapporto col proprio passato, che porta il secondo a essere distruttivo nei confronti della propria patria e dei propri seguaci (sue sono frasi come “Il passato appartiene ai morti”) e spinge invece il primo ad arrivare all’ambita pace interiore.

Lode alla Dreamworks dunque e alla regista esordiente Jennifer Yuh che grazie anche alla consulenza creativa di Guillermo del Toro (!) riesce a tirare fuori una delle perle di questa stagione non solo nel campo del cinema d’animazione. Peccato invece per Fabio Volo che sa essere meno fastidioso rispetto al primo capitolo, ma è sempre (molto) al di sotto di Jack Black, doppiatore nella versione originale e autentico alter-ego del protagonista. Non viene dato molto spazio ai personaggi di contorno, ma anche così va’ più che bene e non mi sorprenderei se lo vedessi ai prossimi Oscar vincitore del premio come Miglior Film Animato. Sarebbe la prima volta per la Dreamworks.

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