Killer joe: recensione

TARANTINIANAMENTE ISPIRATO, FRIEDKIN RACCONTA UN FILM GIÀ CULT

Ci sono film che basta vederli una volta per capire che hanno la forza per diventare dei cult-movie, anche se ancora recenti e da metabolizzare per gli spettatori di tutto il mondo. Questo è il caso di “Killer Joe” ultimo lavoro di William Friedkin, presentato in concorso alla 68esima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Basta infatti assistere alle prime scene per capire che si ha di fronte un piccolo capolavoro di cinema, che farà letteralmente impazzire i fan del genere splatter, anche se poi di sangue ce n’è davvero poco.

Il film racconta la storia di Chris e del suo folle piano per racimolare in fretta seimila dollari, uccidendo la madre e godendo della sua polizza sulla vita. L’odio per la madre è giustificato perché il giovane spacciatore si trova nei guai proprio perché la donna gli ha sottratto la scorta di droga, che avrebbe fruttato seimila dollari. D’accordo con il padre e la sorella Dottie, beneficiaria dell’assicurazione, il ragazzo assolve un killer, il detective Joe Cooper, per assolvere al compito. Siamo di fronte ad una narrazione delirante che si accompagna a scene che di per sé valgono il pagamento del biglietto del cinema.

Ci sono alcuni momenti durante la pellicola di cui sicuramente si parlerà (tra i cinefili) per molto tempo, al pari delle scene create dai film di Tarantino o dei fratelli Coen a cui Friedkin guarda, senza nemmeno nasconderlo troppo. Il successo del film arriva anche grazie all’ottima scelta del cast (Thomas Haden Church, Emile Hirsch, Mtthew McConaughey, Juno Temple, Gina Gershon) e all’ottima regia che non si perde mai nel caos delirante della storia, riuscendo sempre a mantenere le redini del discorso. La pellicola è grottesca, divertente, insomma un neo-cult da non perdere.

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