Le petit poucet: recensione venezia 68

AL FESTIVAL SBARCA LA VERSIONE MODERNA DI UNA STORIA ANTICA. MORALE? PENOSA

Favola e allegoria si confondono, creano momenti di narrazione a cui si aggiunge la suggestione di un attimo. Marina De Van ha scelto “Pollicino – Le petit poucet” per narrare una storia gotica e dark, che parte bene nel dramma storico e sfocia male nel fantasy low budget da Rete Oro. La storia è risaputa, il padre una famiglia povera in canna che non riesce MAI a procurarsi il cibo per i cinque figli (perché farne tanti??) decide con la moglie di perderli nel bosco, nella speranza che trovino fortuna migliore.

Quello che troveranno è invece molto peggio, un incubo cannibalista vero e proprio, al cui confronto i crampi allo stomaco diventano pizzichi di zanzara. Montaggio accettato, colonna sonora in midi e un confronto d’attori da teatrino di paese. Come uno show delle elementari nelle calde piazze d’estate, ma molto più cupo. Sebbene per un attimo la pellicola amateur spinga il pedale sul drammone dickensiano, mentre lo spettatore si lascia incuriosire sull’incauto proseguio della storia, si arriva subito alla rivelazione della bufala pazzesca, guarnita di scene gore ai limiti del ridicolo che iscrive direttamente il film alla scuola per in-esperti di Lucio Fulci.

Horror d’autore quello, in confronto qui si rischia la serie C dei romanzo in formato audiovisivo, a conferma della difficoltà di progetti indipendenti senza un budget decente per pagare uno sceneggiatore di livello. Quel che manca in assoluto è la simbiosi con l’essenza vera dei personaggi, a partire dal piccolo e anonimo protagonista. Difficilmente lo vedremo in sala o in home video, “Pollicino” resta uno di quei lavori da festival che finirà nel dimenticatoio al termine della kermesse.

E senza rimpianto alcuno.

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