This must be the place: recensione film

SEAN PENN SORPRENDE, SORRENTINO STAVOLTA LASCIA PERPLESSI

Paolo Sorrentino a tre anni dal successo de “Il divo” è tornato quest’anno alla Croisette con un progetto ancora più ambizioso, una coproduzione franco-italo-irlandese con il divo Sean Penn in un ruolo distante dalle sue ultime –impressionanti- apparizioni sul grande schermo. Alla quinta prova il regista napoletano riesce a mantenere le premesse?

Cheyenne è una rockstar sul viale del tramonto che si rifiuta di tornare in scena e passa le giornate a Dublino a passeggiare per il centro commerciale e a trovare le tombe dei ragazzi suicidatisi perché ossessionati dalle sue canzoni. Alla notizia dell’imminente morte del padre, l’ex cantante si precipita non senza qualche difficoltà a New York dove scopre che l’aguzzino che ha umiliato il padre nel campo di concentramento è ancora vivo. Cheyenne va’ alla sua ricerca intraprendendo quello che puo’ essere il viaggio della sua vita.

Diciamolo da subito: Sorrentino è uno dei pochi veri Talenti tra i registi italiani, uno che ha saputo nella sua filmografia ispirarsi al cinema italiano più o meno classico –in particolare Ferreri- combinandolo col cinema statunitense di Tarantino, Lynch e anche un po’ di Jarmusch. Quindi c’era una grandissima attesa per questo titolo girato per la gran parte negli Stati Uniti e concepito come un road-movie vecchio stile, quasi di wendersiana memoria: la presenza nel cast di Harry Dean Stanton, mitico protagonista di “Paris, Texas” sembrerebbe confermare quest’opinione. Purtroppo “This must be the place” (titolo di una canzone dei Talking heads”) è un’opera riuscita a metà. Sorrentino sembra concentrarsi questa volta così tanto sulla bellezza delle immagini, che si dimentica tutto il resto, a partire dalla materia prima: la sostanza. Perfino nel minore “L’amico di famiglia” riusciva a prendersi rischi maggiori e a regalare qualche emozione. Qui tutto si mantiene in superficie, alcuni personaggi secondari non vengono approfonditi come si dovrebbe e i momenti veramente forti sono pochi. Quello che il film offre è però uno Sean Penn in stato di grazia, talmente in parte da non sembrare più lui: la rockstar Cheyenne, chiaramente ispirata a Robert Smith leader dei “Cure”, è un incrocio tra un alieno, un personaggio dei cartoni animati e il Dustin Hoffman di Rain Man. Sempre corrucciato, sembra una maschera del teatro greco dallo sguardo smarrito, di chi ha perso fiducia nelle propria capacità: alla fine dell’anno questa ne uscirà come una delle più grandi interpretazioni dell’anno, alla faccia di Malick che non ha saputo sfruttare il talento dell’attore per la sua ultima fatica. Buono il cast di contorno, su cui spicca Shea Whig (il poliziotto corrotto di “Boardwalk empire”), nel ruolo di uno yuppie avido e viscido, che pare uscito dal primo “Wall Street”. Degne di nota sono anche le musiche di David Byrne, che compare in un divertente cameo nel ruolo di se stesso ed è notevole l’inserimento di un brano di Jonsi dei Sigur Ros in almeno un paio di scene.

Insomma sembra che Sorrentino con un budget da film americano si sia trovato un po’ a disagio. Noi comunque lo perdoniamo e speriamo in un suo ritorno in Italia, dove c’è tanto bisogno di gente come lui.

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