Venezia 2011: cafÉ de flore – recensione

L’AMORE COME MUSICA CHE UNISCE NONOSTANTE IL TEMPO

Si possono avere due anime gemelle? O meglio esiste l’anima gemella? Sono questi i quesiti che si pone il protagonista di “Café de Flore”. Per arrivare alla soluzione di queste difficili domande il regista, Jean-Marc Vallée, utilizza due storie ambientate in momenti storici differenti e apparentemente senza alcun tipo di legame.

Le situazioni narrate non sembrano avere alcun nesso tra loro, ma hanno in realtà molto più di quello che possiamo immaginare, e in particolare un unico comune denominatore; l’amore.

In un caso viene rappresentato quello passionale tra uomo e donna, nell’altro invece quello tra una madre e un figlio con sindrome di down. Apparentemente sembra che la narrazione voglia portare lo spettatore a riflettere sul senso di possesso che comporta un sentimento così forte come l’amore, e di quanto possa essere difficile lasciare andare l’altro nonostante si voglia solo il suo bene.

In realtà il regista vuole parlare di qualcosa di più della mera possessività amorosa, vuole far credere che un legame può essere così forte da poter andare oltre i limiti che l’uomo ha, o che pensa di avere. Vallèe descrive nel suo film l’amore della letteratura di altri tempi, quello senza dubbi o ripensamenti, ma profondo e puro senza malattia.

Perché il vero amore, quello che si prova quando si trova l’anima gemella crea una sola persona, unisce le famose due parti della mela di cui parlava Platone nel suo Simposio.

Per raccontare tutto questo il regista francese fa delle scelte musicali ben precise, e invita a riflettere su un’altra questione, l’importanza della musica nella nostra vita e del legame imprescindibile che certi suoni hanno nei momenti importanti, e poi continueranno ad avere, dell’esistenza.

Il film a detta del regista nasce, appunto, dalla canzone che gli da il titolo, e la storia può anche sembrare un po’ assurda e irreale, ma sicuramente non lascia indifferenti, in particolare i veri romantici.

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