Venezia 2011: carnage – recensione

POLANSKI ED IL PERBENISMO GROTTESCO DELLA BORGHESIA AMERICANA

Roman Polanski non è in quel di Venezia, ma il suo ultimo film è finora uno dei migliori lavori visti qui in Laguna e, esagerando, è il migliore per quanto riguarda i film in concorso, ma siamo ancora all’inizio del Festial. Due coppie della borghesia americana si incontrano per discutere di una banale lite tra i loro figli undicenni. Questa è in breve la trama del film che serve da pretesto a “Carnage” per mostrare fin dove si spingono le ipocrisie ed il perbenismo borghese e quanto sia semplice abbattere questo muro di menzogne.

Tratto dalla pièce teatrale di Yasmina Reza, Polanski si trova decisamente a proprio agio nel portare sul grande schermo una storia ambientata in un unico luogo, come già aveva fatto in “Rosemary’s baby”. La claustrofobia dell’unico set è l’ allegoria perfetta per scandagliare a fondo l’anima dei quattro protagonisti. Il film è quasi tutto fatto dalla splendida sceneggiatura: tanti dialoghi, a tratti surreali, che riescono a mettere i luce i caratteri dei personaggi, regalando allo spettatore spunti di riflessione e ironiche risate. Si prova quasi il sentimento di trovarsi di fronte ad una commedia del teatro dell’assurdo o di fronte ad un film di Bunuel, soprattutto per l’impossibilità dei protagonisti di poter lasciare alle proprie spalle quell’appartamento, come se ci fosse una forza oscura che li tenga obbligatoriamente insieme, nonostante la poca “simpatia” l’uno dell’altro.

Niente da dir sulla bravura degli attori: del resto per realizzare una pellicola di circa 80 minuti, dove non succede quasi nulla, è necessario poter contare su di un cast d’eccezione: Kate Winslet, Jodie Foster, Christopher Waltz e John C. Reilly, tutti e quattro papabili per la vittoria della coppa Volpi. Un film godibile, con un finale anche fin troppo speranzoso sulle sorti del mondo.

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