Venezia 2011 – el campo: recensione

STORIA CHE PARTE SUL THRILLER E FINISCE PER ANNOIARE

“El campo” è una dizione spagnola che definisce la campagna, inquadrata nel film argentino di Hernan Belon come una presenza minacciosa. Non orrorifica, bensì qualcosa che isola dalla civiltà, un mondo retrogrado e sperduto nel nulla dove il contatto con la natura spaventa l’agio cittadino quotidiano. Il film scorre lento senza infamia e senza lode coprendo le spalle alla giovane protagonista, che il marito ha voluto portare con figlia al seguito ad abitare in un “fantastico rudere da ristrutturare”.

La vita senza confort e la solitudine opprimente quanto inspiegabile creano una situazione familiare insostenibile, che porterà la coppia al confronto…solo pochi giorni dopo il loro arrivo. La regia indaga il malessere con occhio cinico e a tratti anche fascinoso, ma dopo poche battute perde il polso e l’intrigo intrigante lascia il posto ad una storiella prevedibile.

Rumori da paese, animali invadenti e un taglio visivo da neorealismo senza idee, il film procede stancamente sino al finale con lacrima moralista. Basta davvero così poco per perdere convinzioni e certezze? La dritta via si smarrisce in conversazioni private, tutto il contrario di ciò che il cinema dovrebbe raccontare e, perché no, narrare con brio.

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