Venezia 2011: terraferma – recensione

SGUARDO DISINCANTATO SU UNA TRISTE REALTÀ DEL MEDITERRANEO

Emanuele Crialese non è un regista che realizza molti film. Dal 1997, anno di “Once We Were Strangers”, al 2011, anno di “Terraferma”, il regista ha realizzato solo altri due film (“Respiro”, “Nuovo Mondo”). Esagerando, potremmo paragonarlo a due altri grandi registi, Terrence Malick e Quentin Tarantino (nonostante poetiche molto lontane le une dalle altre), cioè paragonarlo a quei registi che si mettono dietro la macchina da presa solo quando sono sicuri di poter portare sul grande schermo un progetto di ottima fattura. E con “Terraferma”, Crialese si conferma uno dei pochi registi italiani a sapere scandagliare l’animo della nostra società, con storie e personaggi che hanno una valenza universale; un po’ come fecero a loro tempo i neorealsti. Dopo essersi confrontato con il passato (anni ’70 e inizio Novecento), il lavoro, presentato stamattina in concorso al Festival del cinema di Venezia 2011, è ambientato ai nostri giorni e mette in scena una storia scomoda, politicamente parlando, per il nostro Paese: la drammatica realtà degli sbarchi dei clandestini sulle isolette del Mediterraneo e con gli abitanti di queste terre, così reitti nei confronti della “terra ferma”, impersonificata dalla autorità militare arrivata solo per rovinare le cose. Del resto l’unica legge che esiste in questi luoghi è quella del mare, che gli umili pescatori non possono che rispettare, agendo al di là di cioè che viene imposto dai palazzi romani.

Ancora una volta ritorna nel cinema di Crialese il mare, visto da chi parte come luogo di speranza, ma che a volte, troppo spesso negli ultimi anni, si trasforma in un luogo di morte. Il regista racconta con sguardo appassionato una storia di scelte: chi parte, chi resta. Racconta un mondo fatto di veri rapporti umani: famiglia di sangue o amicizie per la pelle. Il mondo di Terraferma è speranzoso e non si ferma davanti a niente, come un urlo disperato di chi non sa nuotare e si trova tra le onde, non sa cosa fare, ma non si dà per vinto.

Alla realtà banale del turista, che vuole prendere il sole in barca, esiste la realtà di chi la barca deve utilizzare per sopravvivere: pescatore o clandestino, che sia. In un perfetto contrappasso allegorico, si rincorrono queste due realtà che co-esistono in un medesimo ristretto angolo sperduto del mondo.

Questo film inoltre dà speranza anche a tutto il cinema italiano. Infatti, vedendo questi buoni progetti si ha l’illusione che anche nel nostro Paese si possano realizzare pellicole impegnate, che non cedano il passo all’imbecillità spicciola alla ricerca della comicità a tutti i costi, ma che con arguzia portino tutti a riflettere sulle drammatiche condizioni di alcune realtà che troppo spesso tutti tendiamo a dimenticare perché fin troppo scomode.

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