Dal libro al film: bar sport

ANALIZZIAMO LA TRASPOSIZIONE DI UN RACCONTO “MIGLIORE” SU CARTA

È sempre un azzardo portare sul grande schermo un’ opera letteraria. Lo è perché, per quanto le descrizioni possano essere minuziose, il lettore in un romanzo ha la libertà di vedere nella sua mente personaggi, paesaggi e scene descritte e renderle oggettive al di là dell’immaginazione e trasporre su pellicola questo diviene quasi un insulto all’immaginazione stessa. Lo è perché se ci sono tempi difficilissimi da rendere cinematografici questi sono quelli letterari. Ed è così tanto frequente che una pellicola non regga il confronto con la sua origine cartacea, di parole e non di immagini, che è diventata vera come la retorica affermazione “è meglio il libro” che l’unico esempio, eccezione che conferma la regola, che non ha dato questa sensazione è forse quello di “Jurassic Park”.

Sono moltissimi i film che hanno preso spunto o avuto la presunzione di poter rileggere alcune pagine della letteratura dando volti netti e distinguibili ai protagonisti (cosa assurda, come se si volesse sceneggiare e mettere su schermo un ricordo altrui) in alcuni, e per primo mi viene in mente “Il tè nel deserto”, si è riuscito a dare vita a capolavori, in altri è la delusione il sentimento che è prevalso all’ultima scena, sui titoli di coda, e in altri ancora se non ci fosse stato il confronto con l’opera letteraria il film avrebbe avuto grande dignità.

Stefano Benni scrisse “Bar sport” nel 1976 quando non era ancora l’autore amato che è adesso e quella era la prima raccolta che pubblicò per Arnoldo Mondadori Editore. “Bar Sport” non è un romanzo ma un insieme di racconti che ad oggi viene definito come un classico della narrativa umoristica italiana. Il luogo in cui si svolgono le varie vicende è il bar che da il nome al libro e che è metafora di tutti i bar delle piccole province italiane allo stesso modo in cui i protagonisti sono la macchietta dei tipici “tipi” che frequentano quei luoghi. La genialità del testo sta nella capacità dell’autore di saper stereotipare l’ambientazione e i personaggi che si muovono all’interno di essa senza mai cadere nel banale, anzi, usando le parole per deformare la realtà tanto da renderla deliziosamente surreale.

Se c’è un testo letterario dal quale il cinema doveva stare lontano questo era di certo “Bar Sport” (oltre a tutti i libri di Bruno Vespa). Se c’era libro di Stefano Benni totalmente inadatto a trarne un film questo è sicuramente “Bar Sport”, eppure ciò è accaduto molto recentemente. “Bar Sport” non è un bel film e, anche se non avessi letto e voluto bene al libro, non mi sarebbe piaciuto, anzi l’avrei trovato forzatamente esagerato quando invece cerca solo goffamente di dare immagine a ciò che Benni ha scritto dando vita così ad una pellicola con qualche buono spunto ma, alla fine dei conti, resta estremamente mediocre.

Eppure gli interpreti sono perfetti, la location è molto vicina all’immagine che probabilmente molti lettori avevano in testa ma gli episodi scelti per creare una storia che avesse un senso non sono i più esilaranti del libro e le parti che vogliono ricalcare il surreale risultano alla fine ridicole. Anche l’autore che, con la correttezza che lo caratterizza, si è distaccato dal film tratto dalla sua opera prima evitando di parlarne e dicendo solamente che c’entra ben poco con ciò che lui ha scritto, con ciò che lui intendeva dire. Di tutta la pellicola salva realmente forse solo La Luisona che un piccolo premio come attrice protagonista dovrebbe riceverlo.

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Fiera, sommessa, repentina e breve. Anima d'annata ma anche editor e talent scout.
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