The artist: recensione film

SPLENDIDA OPERAZIONE DI RESTYLING, IL PASSAGGIO DAL MUTO AL SONORO

Il vagito di un neonato significa vita, la voce che fluttua libera nell’aria e diventa urlo, grido di gioia. Una liberazione che legandosi al cinema racconta una storia in bianco e nero, in cui il muto domina la scena e la musica accompagna le espressioni dell’attore. Funzionava così in un mondo audiovisivo primordiale, poi l’avvento del sonoro ha ribaltato ogni concezione del film stesso e gli attori sono evoluti da bozzoli e mimi a interpreti parlanti.

“The Artist” di Michel Hazanevicius racconta una storia che potrebbe essere vera, l’omaggio vero e furbetto al cinema degli esordi, esaltando la professionalità del circo Hollywood e la sua estrema professionalità. Partendo dalle gesta del divo del muto George Valentin, in caduta libera dopo la scoperta del parlato.

Attori stre-pi-to-si, contemporanei e vintage, Jean Dujardin e Berenice Bejo si incontrano e si scontrano, si toccano e colorano la bicromia dello schermo grazie ad un’intesa sfavillante che genera sorrisi complici e rapisce il cuore del pubblico: in silenzio concentrato sul muto per tutte le due ore di narrazione. Monsieur Hazanevicius sfodera tutta la sua classe e si concentra su un’opera (perchè tale è) dipinta sulla tela bianca del tempo, restaura un periodo di grande fermento culturale e di transizione post grande depressione e trasposta il suo amore per il cinema d’epoca in un America esplosiva e spietata.

Valentin diventa simbolo del gigante che crolla miseramente, l’artista dietro il grande studio, l’effimera scelta di una vita troppo spensierata. Ci si innamora del suo charme, unisex in ogni momento del suo scivolare tra inquadrature e stacchi di montaggio, accompagnato dalla dolcezza sfrontata della sua coprotagonista Peppy Miller, volto nuovo delle grandi Major e spalla incantevole su cui piangere e, forse, risorgere. Il metacinema si completa con gli occhi sornioni di John Goodman o lo sguardo comprensivo di James Cromwell, finiture di precisione di una sceneggiatura implacabile nella sua maniacale precisione, imperturbabile nel suo sculettare davanti all’affamata folla di cinefili incalliti ed elegantissima nel proporre con audacia il trittico bianco-nero-muto nell’era commerciale del 3D gonfiato. 

Cannes ha sancito la grande necessità di rapportarsi col passato, esaltando l’approccio artistico di Hazanevicius che ripropone in chiave modernista e piena di ritmo una lirica cinematografica senza tempo, riuscendo nella duplice operazione di risultare adorabile e, al contempo, difficilmente replicabile. Il genio, infatti, appena nato può esprimersi (a voce) soltanto una volta. 

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