Adisa o la storia dei mille anni: recensione film

IL DOCUMENTARIO DI MASSIMO D’ORZI SULLA COMUNITÀ ROM ESCE IN LIBRERIA IL 16 FEBBRAIO

La collaborazione tra la società di distribuzione cinematografica Il Gigante e la casa editrice Infinito Edizioni ha dato di nuovo i suoi frutti: il 16 febbraio infatti, uscirà in libreria il cofanetto (libro+dvd) “Adisa o la storia dei mille anni”; sotto questo titolo sono raccolti un documentario e un testo di Massimo D’Orzi (con una preziosa introduzione del regista Soldini) frutto del suo lavoro sulla comunità rom della Bosnia-Erzegovina, svolto nel 2004.

Accompagnato dalla guida Jasmin Sejdic, il regista allievo di Bellocchio è entrato all’interno di questa misteriosa comunità e ha ritratto ogni volto, ogni corpo, ogni oggetto, ogni opera d’arte nascosta al suo interno. Da questo viaggio, affascinante e un po’ azzardato, è nato un documentario etnografico ma anche intimo e umano. È proprio la guida a condurre le interviste, decisamente atipiche per un documentario, le cui risposte spesso vengono date da una voce fuori campo mentre la telecamera inquadra tutt’altro, qualcun altro.

La principale cifra stilistica sembra essere la panoramica: lunghe e lente vedute di una telecamera che però non è salda al terreno ma instabile e incerta come il destino della popolazione che mostra. Il racconto è punteggiato da inquadrature che ritraggono Hadzovic Ruzdija intento a suonare la sua fisarmonica e a intonare un canto gitano che ne costituisce l’intera colonna sonora: un un’unica traccia musicale che accompagna le immagini, ritirandosi ogni tanto in un totale silenzio e lasciando che comunichino senza aiuto. Una nota particolare va alla luce che avvolge gli abitanti della comunità: poca ma intensa, crea ombre nette e decisi contrasti di colore; girate in gran parte durante la notte, le immagini ritraggono uomini, donne e bambini avvolti da un’oscurità quasi totale con “spicchi” di luce caravaggeschi.

È un’osservazione silenziosa quella dell’autore, che lascia la vita scorrere, osservandola in sordina. Vuole che nessuno lo veda, che nessuno noti l’occhio meccanico che D’Orzi porta in quel luogo pieno di vita allo scopo di ritrarlo e mostrarlo e con il proposito di sensibilizzare gli animi nei confronti di un popolo da secoli abbandonato a sé stesso. 

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