The woman in black: recensione film

IL RACCONTO DOVEVA ESSERE GOTICO, IL RISULTATO È SOPORIFERO

C’era una volta il buon cinema gotico e se lo amate state alla larga da “The Woman in Black” il nuovo film con Daniel Radcliffe, che farebbe bene a non rinnegare “Harry Potter” anche perché i fan possono perdonargli le pecche recitative nella saga, ma fuori da essa si può tranquillamente criticare il povero attore inglese, che nonostante i 12 anni passati sul set a recitare, proprio non convince.

Daniel Radcliffe però tenta di far dimenticare al mondo che lui è Harry Potter (verrebbe quasi da chiedersi: “Perché me lo devi far dimenticare?”). Ecco che quindi si mette davanti alla macchina da presa alla ricerca dei fantasmi: insomma sempre di paranormale si tratta (tranquilli, Daniel proprio ieri ha detto che ne ha abbastanza di interpretare personaggi che hanno a che fare con il paranormale).

“The Woman in Black”, nelle sale italiane a partire dal 2 marzo, racconta la storia di un giovane avvocato vedovo e padre di un bambino (può essere mai credibile Harry Potter come vedovo?) che deve cercare di vendere una villa, di un misterioso paesino in cui tutti i bambini, senza un apparente motivo, hanno manie suicide. Ed in effetti la cosa più bella del film è proprio il prologo, quando tre dolci fanciullone inglesi alle prese con le loro bamboline, vestite ed elegantemente pettinate come la moda inglese di inizio Ottocento richiedeva, tenendosi per mano, saltano dalla finestra, con la musica interrotta da le urla disperate della madre.

Dopodichè è meglio lasciare la sala o altrimenti si rischia di passare il resto a guardare l’orologio a chiedersi: “Ma quando finisce?”. Un’opera post-Harry Potter che certamente porterà in sala qualche fan del maghetto, che poi consiglierà a Daniel Radcliffe di ritirarsi a vita privata e godersi il vitalizio che verrà dai film della saga più longeva nella storia del cinema.  

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