Ecovanavoce: recensione film

NEL MEDIOMETRAGGIO DI URCIUOLO E SOMMELLA NIENTE È COME SEMBRA

Una citazione da Macbeth apre il mediometraggio di Tommaso Urciuolo e con la visione ci accorgeremo di quanto sia calzate rispetto alla storia. Difficile tratteggiare la sinossi di questo breve film che si compone di un solo personaggio e una sola location; nel cinema indipendente però non conta affatto la quantità bensì la qualità degli elementi che entrano in gioco.

Ecovanavoce, scritto da Marco Sommella, si apre (si sviluppa e si chiude) seguendo un uomo, interpretato molto bene da Fabrizio Ferracane, che si muove incerto all’interno di uno scenario inquietante: riconosciamo un paese italiano come ce ne sono tanti ma completamente disabitato e fatiscente. Tra gli edifici semi distrutti il nostro “eroe” trova dei disegni, ascolta la registrazione che viene da un grammofono, vede delle finestre che sbattono, eppure non c’è traccia di vita.

Sin dalla sequenza titoli vediamo quanto la l’ambientazione sia importante all’interno del film e quanto sia suggestiva, spaventosa e affascinante. Il regista gira molti piano sequenza piuttosto lunghi che catturano lo spettatore, lo avvolgono e lo coinvolgono nella vicenda del protagonista. Si tratta di un film d’atmosfera, silenzioso – commento musicale per niente invadente e assoluta mancanza di dialoghi – che inchioda lo spettatore allo schermo e lo spinge alla riflessione, quantomeno al pensiero. Non c’è nulla di chiaro, niente ci viene spiegato, tutto è lasciato all’intuizione e all’interpretazione interiore di chi guarda.

La cifre stilistiche di Ecovanavoce sono diaframma alla massima apertura e presenza continua del fuori fuoco: il fuoco cambia spesso soggetto, non è subito rivolto al “protagonista” del quadro, non dice immediatamente cosa ci vuole mostrare; si potrebbe leggere come un invito per lo spettatore a non fermarsi alle apparenze: niente è come sembra in questo film, «e nulla è se non ciò che non è», come riporta la citazione iniziale.

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