Hunger games: recensione film fantasy

IL ROMANZO DI PUNTA DELLA STAGIONE DIVENTA UN FILM AVVINCENTE CON JENNIFER LAWRENCE

Ormai negli Stati Uniti è diventato un vero fenomeno con i suoi 300 milioni di dollari e passa d’incasso. In fondo è il nuovo bestseller di punta e Hollywood dopo Harry Potter e con la chiusura imminente della saga di Twilight (si spera almeno) è alla disperata ricerca di un nuovo ‘franchise’ che possa durare e che non appartenga esclusivamente al mondo dei fumetti. Quindi ecco arrivare l’adattamento cinematografico dell’opera letteraria di Suzanne Collins. Dietro la macchina da presa troviamo Gary Ross che qualcuno forse ricorderà per un piccolo cult come “Pleasentville” e per il convenzionale, ma tutto sommato emozionante “Seabiscuit”.

I puristi del cinema asiatico storceranno il naso: che ne dicano i fan dell’autrice, il film parte da uno spunto fin troppo simile al manga “Battle Royale” adattato per lo schermo da Kinji Fukasaku, in cui un gruppo di adolescenti in un futuro imprecisato viene mandato in un’isola a massacrarsi tra di loro, sotto l’occhio imperterrito di un team di soldati guidati dal sadico professore Takeshi Kitano. Un Cult Assoluto. “Hunger Games” presenta fin da subito i suoi punti di forza e di originalità nella rappresentazione di un futuro dove i Distretti, luogo dove vengono scelti i ragazzi da sacrificare, presentano fin troppe affinità con i Lager della Seconda Guerra Mondiale: un futuro anacronistico che, nonostante le premesse, non lascia perplessi e ci aiuta a entrare nella storia in modo istantaneo.

Al contrario la grande città dove ci si prepara prima del massacro è un mix poco riuscito delle architetture iper-kitsch stile “Il quinto elemento” –specialmente la parte nella crociera spaziale- dove le guardie di sicurezza si vestono come i cattivi del cult “L’uomo che fuggì dal futuro” di Lucas. La parte che tutti si aspettano, ovvero il massacro non è così sanguinolento come ci si aspetterebbe, ma essendo un film PG-13 non è neanche troppo edulcorata. E’ soprattutto qui che il film tiene col fiato sospeso fino al finale aperto fin troppo prevedibile.  Si storce il naso a un utilizzo degli effetti speciali talvolta non eccelso, ma alla fine non ci si puo’ lamentare troppo visto il ‘basso’ budget della pellicola, sugli 80 milioni.

Il film ad ogni modo pur con tutti i suoi difetti –a cominciare dalla sua eccessiva ‘gentilezza’- è avvincente come dovrebbe essere un kolossal estivo o in questo caso primaverile. Punta su un cast eccellente capitanato dalla bella Jennifer Lawrence che conferma le sue doti di attrice tra le più intense della sua generazione dopo le sue ottime prove in “Burning Plain” e “Un gelido inverno”. Convincono anche gli attori di contorno, anche se rimane un po’ d’amaro in bocca vista la presenza alquanto ridotta di un gigante come Donald Sutherland: 5 minuti e poco più. La messa in scena di Gary Ross è audace e personale quanto basta, anche se l’eccessivo utilizzo della camera a mano, soprattutto nei primi minuti del film, fa venire il mal di mare, manco fossimo in Cloverfield…

In sostanza un film che forse non si merita tutta la montatura che lo circonda, ma che è ideale per passare due ore scacciapensieri. Certo, un po’ più di sangue in più non avrebbe fatto male, almeno per noi, fan di un cinema estremo, da cui Hunger Games si discosta e non di poco.

 

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Creativo e pieno di immaginazione (ma questo dovrebbero dirlo gli altri), scrive a tutto spiano in attesa del salto dietro la macchina da presa...
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