Il primo uomo: recensione film

GIANNI AMELIO PORTA SUL GRANDE SCHERMO IL ROMANZO INCOMPIUTO DI ALBERT CAMUS

Il primo uomo è l’ultimo lavoro di Gianni Amelio, regista esperto e apprezzato in Italia come all’estero. Ed è proprio estera la matrice da cui nasce questo film, basato sull’omonimo testo letterario del filosofo Albert Camus: è la storia della sua vita, simile per certi versi a quella dello stesso Amelio.

Jacques Cormery (Nino Jouglet e Jacques Gamblin), alter ego di Camus, è nato ad Algeri in una famiglia francese di umili origini e non può permettersi di frequentare le suole medie. Grazie all’influenza del maestro elementare (Denis Podalydés), il piccolo studia e diventa un giornalista premio Nobel. Vive in Francia e gira il mondo ma nel 1957 torna ad Algeri per una lezione all’università. Ritrova sua madre (Catherine Sola e Maya Sansa) e un suo vecchio compagno di scuola ma trova anche la guerriglia urbana tra “algerini nativi” e “algerini francesi”.

Un film storico dunque, ma anche drammatico. Gianni Amelio mette subito in chiaro che il suo interesse è rivolto a raccontare il personaggio, la sua interiorità e la storia della sua famiglia. Per altro, il problema dell’identità nazionale nell’Algeria della fine degli anni Cinquanta si fa sentire anche nell’Italia degli anni Duemila. Il primo uomo ha il merito di aver portato sul grande schermo una storia d’altri tempi e attuale al tempo stesso. Lo spettatore italiano non può rimanere indifferente di fronte alla questione ed è chiamato a prendere coscienza del problema.

Il contenuto del film è quindi molto forte, intenso e quanto mai attuale ma il prezzo da pagare per questa profondità di scrittura è il moralismo e, peggio ancora, il buonismo che si annida nei dialoghi e nelle scene. Amelio non prende dichiaratamente una parte ma il pensiero di Camus viene fuori con forza: la speranza di avere una convivenza non violenta tra due etnie in uno stesso Paese sfocia facilmente nel pacifismo spicciolo che non convince, oltre ad apparire utipistico.

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