Laputa, il castello nel cielo: recensione film

DOPO QUASI TRENT’ANNI DALL’USCITA IN HOME VIDEO, IL FILM ARRIVA NELLE SALE ITALIANE

C’è chi sostiene la totale supremazia delle opere Disney nel campo del cinema d’animazione; sarebbe da sciocchi negarne il valore storico e artistico ma si può fornire una validissima alternativa: le produzioni dello Studio Ghibli e più in generale del suo fondatore Hayao Miyazaki. L’autore giapponese scrive da sempre sceneggiature di grande complessità, per la varietà dei temi trattati, e approccia alla regia con grande competenza tecnica – è un vero maestro – e soprattutto, grande cuore.

Laputa, il castello nel cielo uscì nelle sale nipponiche nell’estate del 1986 ma solo successivamente sarà distribuito nel nostro Pese e unicamente nel circuito home video. Ci sono voluti 26 anni perché il film fosse proiettato anche sui grandi schermi italiani, grazie a Lucky Red. Gli appassionati del cinema di Miyazaki conoscono bene la storia di Sheeta e Pazu, due giovani che difendono con tutte le loro forze la Gravipietra (“Aeropietra” nella nuova versione), unico oggetto capace di mostrare la rotta per la leggendaria isola volante di Laputa all’interno della quale si vocifera siano nascosti tesori inimmaginabili.

Una storia di pura fantasia dunque, ambientata in luoghi altrettanto fantastici (ma ispirati ai verdi paesaggi gallesi) e in un arco temporale che è impossibile definire con certezza: è citato Jonathan Swift, il papà di Pazu scatta una fotografia a banco ottico, le automobili «sono una rarità», come dice il protagonista. Capiamo quindi che ci troviamo agli inizi del Novecento, probabilmente durante il primo ventennio del secolo; il motivo per cui ci siano porte automatiche che si aprono premendo un pulsante e navi volanti di vario genere e dimensione, è un discorso a parte, legato all’amore del regista per lo steam punk.

Quando si parla di sceneggiature complesse e trame ricche di argomenti si intende portare alla luce gli innumerevoli temi che Miyazaki inserisce nelle sue favole cinematografiche: scienze come la geologia e la meccanica infarciscono la vicenda che svincola ben presto dai soffocanti limiti della definizione “fantasy”; importante il ruolo della politica che si manifesta sottoforma di accordi illegali tra governo (che potrebbe essere di qualunque paese del mondo) e servizi segreti. Nei film di Miyazaki c’è persino la comicità, marginale ma sempre forte.

Laputa non è solo un film che sa emozionare, è anche un capolavoro di tecnica cinematografica e di animazione. Una colonna sonora epica (e meravigliosamente composta e orchestrata da Joe Hisaishi) accompagna spettacolari animazioni a più livelli, sempre vivacissime e dallo stile minimale ma ormai diventato inconfondibile. Si tratta di un film spettacolare nell’accezione più pratica del termine: Laputa è uno spettacolo visivo di rara bellezza. Unica pecca della nuova versione italiana è il doppiaggio che lascia un po’ a desiderare; sono state riviste alcune finezze linguistiche che arricchivano la traduzione originale e si rivelavano più funzionali al senso della trama.

Infine, non c’è bisogno di un occhio attento per notare che in questo film, come in tutti gli altri di Hayao Miyazaki, ogni cosa funziona tramite ingranaggi, manovelle, macchinari a vapore, che tutto ha bisogno di essere avviato dalla mano dell’uomo. Sembra la metafora stessa del lavoro di Miyazaki e del suo Studio Ghibli, all’interno del quale ogni singolo elemento viene animato rigorosamente a mano con la grande pazienza tipica dei maestri giapponesi di tutte le arti.

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