Maternity blues: recensione film

ISPIRATO A VARI FATTI DI CRONACA NERA, L’ENNESIMO DRAMMA INSIPIDO ALL’ITALIANA

Quante volte abbiamo letto con indignazione di figli che vengono gettati nel cestino dalle proprie madri o di atti del genere che fanno rabbrividire perfino chi sembra avere una pietra al posto del cuore. La mancanza di una pellicola italiana su queste moderne Medee che in un modo o nell’altro mandano all’altro mondo i loro figli era destinata a durare ancora per poco. Ecco uscire infatti a sette mesi dalla sua presentazione al Festival di Venezia l’opera seconda di Fabrizio Cattani su quest’argomento scottante. Regista e sceneggiatori decidono di partire da domande fondamentali che in pochi si pongono, puntando a esplorare soprattutto il dolore di queste donne: cosa le ha spinte a questi atti? Chi incolpano per il loro gesto?

Purtroppo tanti buoni propositi non riescono a fare di “Maternity Blues” un film riuscito. Non siamo dalle parti di un cinema di denuncia riportato di recente in vigore da Vicari col suo “Diaz”, né tantomeno di una realistica foto d’insieme di un gruppo di donne profondamente sofferenti alla Bergman. Si tratta di una pellicola ‘Neutra’ in cui non riusciamo mai a essere partecipi del dolore delle protagoniste e l’unico sussulto viene quando a una di queste viene una crisi epilettica: purtroppo roba di secondi.

Se si voleva esplorare il disagio della maternità viene da rimpiangere –e tanto- il ruolo di madre interpretata dall’immensa Tilda Swinton in “E ora parliamo di Kevin”, anche se lì la storia si sviluppava in modo opposto.

Alla fine si tratta del solito dramma italiano che si mantiene troppo in superficie per emozionare, offrendo una messinscena televisiva e un cast poco ispirato. Chi cerchi vere emozioni si ripeschi il film citato poche righe più sopra. Quanto al titolo in questione, sembra quasi confermare il principio secondo cui alcuni giovani registi italiani non riescano più a distinguere il cinema dalla televisione di bassa lega. 

 

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