Perfect sense: focus sul film

EWAN MCGREGOR ED EVA GREEN NEL FILM APOCALITTICO DI MACKENZIE 

L’umanità è improvvisamente funestata da un virus di cui non si conosce né causa né cura. Nel caos generale, un uomo e una donna si innamorano. La conclusione (scriverei “spoiler alert!” se non fosse così ovvia): l’amore vince su tutto. Ecco Perfect Sense, l’ultimo film di David Mackenzie presentato al Sundance Film Festival 2011: una pellicola dall’impalcatura narrativa veramente fragile, pretese estetiche troppo ambiziose ed esiti morali estremamente banali. 

Eppure, nonostante tutto, forse per le tonalità emozionali grigio-bluastre di Glasgow, forse per la performance degli attori, il film risulta quasi godibile. Soprattuto perché l’uomo e la donna sono Ewan McGregor ed Eva Green. Lei è un’epidemiologa (ma perchè per tutto il film si occupa di tutto tranne che del virus?), lui un avvenente chef. Come per tutti, anche nel loro passato c’è qualche delusione di troppo e un po’ di scheletri nell’armadio che li hanno resi cinici e refrattari all’amore.

Ma si sa, la freccia di Cupido quando colpisce colpisce e i due, come da copione, si innamorano. Fin qua niente di speciale. Ciò che dovrebbe rendere “interessante” la loro storia è la cornice apocalittica: un’epidemia mondiale appunto, che provoca una progressiva perdita sensoriale nonchè del controllo di se stessi. L’olfatto è il primo senso che se ne va, poi il gusto, l’udito e infine la vista. Stranamante rimane il tatto, grazie al quale i due amanti, come una coppia di animali sopravvissuti al Giudizio Universale, riescono ancora a trovarsi.

Gli stadi dell’avanzamento dell’epidemia vengono scanditi da una voce fuori campo che tenta una riflessione sugli effetti psicologici della malattia, sul rapporto dell’uomo con il mondo e con se stesso, sulla perdita dei suoi punti di riferimento e di ciò che dava per scontato. L’umanità oscilla tra la disperazione e lo spirito di adattamento e, a poco a poco, ritrova nelle piccole cose, in ciò che resta, il desiderio di vivere e di andare avanti. Il tono è biblico e il risultato estetico un po’ affettato.

E soprattutto, nonostante questi insert poetici, Mackenzie non sviluppa a fondo le implicazioni psicologiche della pandemia, concentrandosi piuttosto sui bizzarri stadi del virus e sulla sua fenomenologia: la malinconia, una fame incontrollabile, infine la rabbia. Particolarmente disturbante risulta lo scoppio di voracità collettiva in cui gli uomini, un po’ come i compagni di Ulisse trasformati in maiali da Circe, perdono temporaneamente il controllo e divorano qualsiasi cosa capiti loro sotto mano, inclusi fiori, trucchi, carne cruda ed animali vivi.

Perfect Sense insomma è una pellicola un po’ insipida, che irrita per le pretese da grande opera e il troppo compiacimento estetico. Alla fine, ciò che rimane, ciò che piace al pubblico, ammettiamolo, è il sex appeal di Ewan McGregor ed Eva Green.

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