Quella casa nel bosco: recensione film horror

ROVESCIATE TUTTE LE CONVENZIONI DI GENERE, GODDARD REALIZZA IL PRIMO FILM POST-HORROR

Immaginate il bosco, immaginate una piccola baita, immaginate la luce della luna e il vento che sospira tra le fronde. Visualizzate l’immagine, cosa vi viene in mente? Se la risposta è lo scenario perfetto per un film horror anni 80 la risposta è corretta, idea esatta proprio come è stata concepita nella mente dello sceneggiatore e regista Drew Goddard prima di girare “Quella casa nel bosco”.
Pensato come un film classico da destrutturare e riciclare, la pellicola usa l’arma affilata dello splatter e dell’ironia per dare nuovo fondamento ad un genere che utilizza i clichè in maniera continuativa, favorendo il cambiamento di quei capisaldi narrativi tanto cari agli appassionati.
Una vera rivolta contro la casta di fanatici dell’horror convenzionale, sferrata grazie ad un linguaggio moderno e immediato. Un gruppetto di giovani, cinque come un sacro pentagramma, si reca in una casetta abbandonata (ma ben tenuta) nel bosco, sperduta e inquietante, pronti a rilassarsi e a godersi il nulla, l’isolamento estremo. La bella, lo sportivo, la reticente, lo studioso, il simpaticone, un quintetto di collegiali in trasferta che per caso si imbattono nella misteriosa cantina generando involontariamente (?) l’arrivo di creature mostruose. 
Si parte da qui, una base semplice, per poi sviluppare un progetto decisamente differente, interessante quanto ben studiato, dove ogni cosa è differente da come risulta, ogni macchinazione ordita, appunto, per infliggere quel dolore empatico sotto forma di scommessa disinteressata, in cui topi da laboratorio si dibattono in pasto alla grande audience. 
Quale mistero si nasconde dentro e fuori l’abitazione solo un’accurata e spregiudicata visione ve lo potrà raccontare, perché ad una prima occhiata non si percepisce la qualità del lavoro messo in piedi dal team di Goddard, che gira un film con la consapevolezza di creare un cult: un punto di svolta per gli horror prossimi venturi. Il grand guignol del raccapriccio, il festival dei massacri e dello spargimento di membra, tutti contro tutti, umani contro sovrannaturali, un bel calderone da cui trarre una pellicola ricca di gusto di genere e dal ritmo incalzante, estremamente ben girata e con uno sceneggiatura brillante. 
Quella che ricorda Haneke e omaggia il Raimi di seconda generazione: se non vi ricordate quale, vi aiutiamo noi. Si parte con una casetta nel bosco, poco accogliente, non una dimora sicura. La luna scompare, sale il vento, l’aria si fa rarefatta e l’orrore bussa alla porta con violenza.

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