Davide melini: corti "the puzzle" e "the sweet hand…"

DUE CORTOMETRAGGI HORROR SCRITTI E DIRETTI DA UN GIOVANE FILMMAKER ITALIANO

La questione dei generi all’interno del cinema italiano contemporaneo (più precisamente degli anni ‘00) è come una ferita aperta per l’industria del settore: tutti sembrano volere un ritorno al cinema di genere, il pubblico vuole vedere questo tipo di film, i registi si dichiarano interessati a realizzarli; di fatto però, di film di genere “puri” nelle sale non se ne vedono. Il sottobosco indipendente invece, ne ha milioni (di milioni) di questi esempi ma, nemmeno a dirlo, non hanno la minima visibilità, nonostante la richiesta. Eppure, di autori interessanti ce ne sono. Uno di questi è Davide Melini, sceneggiatore e regista di cortometraggi e assistente alla regia in diversi film, ultimo dei quali La terza madre.

La collaborazione con Dario Argento non è certo casuale: Melini è infatti un amante dell’horror, le sue opere appartengono totalmente a questo genere e vi aggiungono qualcosa che solitamente non ha. Il primo dei due cortometraggi di cui ci occuperemo si intitola The puzzle (2009) ed è la breve – dura poco meno di 5 minuti – storia di una donna e di suo figlio legati da un rapporto che definire conflittuale sarebbe riduttivo. L’occhio della telecamera si muove lento nell’appartamento della protagonista, ci mostra normali situazioni casalinghe e oggetti domestici; le angolazioni delle inquadrature sono spesso distorte e accompagnate da una colonna sonora onnipresente. Attraverso scelte di questo tipo l’autore conferisce alla quotidianità della donna un aspetto inquietante, orrorifico.

The sweet hand of the white rose (2010) è invece un film che mescola il cinema dell’orrore alla comunicazione sociale. Un ragazzo e una bambina raccontano le loro storie che vedremo incontrarsi tragicamente in un incidente stradale: lui, per una distrazione alla guida, ha investito la piccola che andava in bicicletta. Una lunga sequenza all’interno di un locale in cui si esibisce un gruppo rock (genere che sentiremo suonare per tutto il film) ci introduce la vicenda, apparentemente “già vista”, che più avanti si svilupperà in modo interessante ed emotivamente coinvolgente.

Dalla visione di questi due corti appare chiara la capacità di Davide Melini di leggere, e dunque mostrare al pubblico, il quotidiano, il reale e il possibile, in chiave horror. Soprattutto nel caso di The sweet hand of the white rose, si poteva facilmente cadere nel retorico e nel moralistico, ma ciò non accade grazie all’originalità con cui l’autore affronta i temi e rielabora il genere horror, dandogli anche una nuova funzione. 

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