Mashrome film fest: prima serata

RESOCONTI E RECENSIONI DELLE PRIME OPERE PRESENTATE AL MASHROME IERI SERA

Prima edizione e prima serata del Mashrome Film Fest, rassegna romana dedicata al Mash up, alla fusione delle arti e dei linguaggi audiovisivi, alla crossmedialità e all’innovazione in generale. Nella suggestiva location dell’Acquario Romano – Casa dell’Architettura (a due passi dalla stazione Termini), mercoledì 6 giugno si è aperto questo nuovo e interessante festival che per la prima volta in Italia raccoglie un gran numero di videoartisti, cineasti e creativi provenienti da tutti gli ambiti.

Dopo la presentazione della giuria internazionale (formata da Tom Tenney, Kasumi e Vladimir Alenikov), sono state proiettate tre video installazioni che verranno riproposte durante le altre giornate del festival; la prima di queste, Eva, è un video di 5 minuti ideato da Maria Korporal che ci offre una personalissima rilettura dell’episodio biblico del peccato originale; Fragmenta si potrebbe definire un “video mosaico”: l’architetto Romolo Belvedere ha filmato i volti di 450 persone di età diverse e li ha poi sezionati (occhi, orecchie e bocche) e montati in modo che sullo schermo compaiano 9 piccoli quadri che si muovono in contemporanea; infine, il video Alone, apart di Mark Street propone brevissimi brani di vita americana remixati attraverso il colore, solitamente brillante, acido e vivido.

Successivamente, il pubblico della Casa dell’Architettura ha potuto assistere al primo appuntamento con la sezione Mash Prime dedicata ai video più particolari e all’avanguardia che si possano immaginare. Per prima è stata proiettata l’opera di Eric Patrick Retrocognition, della durata di 17 minuti e mezzo, difficile da definire, soprattutto se si vogliono usare i canonici strumenti di analisi per gli audiovisivi. L’autore statunitense realizza un’opera che solleva tutte le questioni teoriche del caso: è cinema o è un video? E cos’è un video? L’esperienza del Mashrome servirà proprio a rispondere, o almeno a provarci, a queste domande decisamente complesse.

Retrocognition è la storia di una famigliola americana degli anni del boom economico, realizzata con un’insolita tecnica d’animazione: lo “scheletro” dei personaggi è costituito da attori in carne e ossa ma i loro corpi sono ricoperti da infiniti frammenti di immagini che si muovono per dare l’impressione del movimento. Insomma, il fatto che siano filmati è solo il punto di partenza, la strada del cinema (tradizionalmente inteso) viene ben presto abbandonata. Tropic of cancer è la seconda opera presentata ieri, sempre statunitense, che presenta un mash up “canonico” se vogliamo: Luther Blissett monta spezzoni da film europei come Bande à part e , il cui significato viene stravolto a favore della creazione di un nuovo senso.

Il festival, per il momento sperimentale, è partito bene regalando spunti davvero interessanti, necessari per l’analisi di una realtà audiovisiva che può piacere o meno, può essere condivisa o respinta, ma non può certo essere ignorata.

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